A cura di Claudio Cuccia

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Il vocabolario etimologico della lingua italiana di Ottorino Pianigiani fa una sottile, e quanto mai attuale, distinzione tra i termini farmacia e spezieria; al primo riconosce il significato di luogo dove si svolge attività sanitaria, al secondo riserva l’accezione meno nobile di luogo di “contorno”: una volta vi si vendevano “spezie o aromi per condimento dei cibi”, oggi vi si trova il condimento per tutto il resto, dall’ansia alla vanità, dal corroborante al magico.

Care e vecchie farmacie!

Dovete sapere che chi scrive deve una grande riconoscenza ai farmacisti, visto che nonna e nonno, genitori e fratello a quest’arte si sono sempre dedicati. E ora, o quantomeno tra non molto, sembra vogliano farmi un altro favore: curare gli ipertesi, e farlo al posto mio.

Avete presente l’iperteso?

Un paziente che non conosce le famose e sacrosante ‘mezze misure’: o è un distratto che la pressione, lui, non la controlla mai, o è un maniaco ossessivo che la controlla mille volte al giorno, e se la minima dagli ottantacinque raggiunge la vetta degli ottantotto, che Dio ce ne scampi!

(Per non parlar dei pizzini, col resoconto della PA del mattino, del pranzo, del dopo pranzo, della sera prima di cena, del dopocena e a volte del risveglio notturno: e guai se non li leggi, uno per uno, i benedetti valori: “Vede lì, martedì: 148/99 mm Hg!”).

Che la farmacia debba recuperare il ruolo che merita (abbandonando un po’ di spezie…) sono i farmacisti stessi a dirlo, ed ecco giunta l’occasione. La notizia viene dal Canada, che ha confezionato un trial tutto per loro, soprattutto se farmacisti di paese, dandogli la possibilità di valutare la PA e il rischio cardiovascolare dei pazienti, educarli al miglior stile di vita e soprattutto prescrivergli esami e terapia (aspirina e statina comprese, se necessario), controllandoli mensilmente, e per almeno sei mesi. Due gruppi randomizzati, quindi, uno seguito dai farmacisti, l’altro assistito come al solito, ovvero con la raccomandazione di preoccuparsi della PA, provarsela e rivolgersi al proprio medico “for further treatment”.

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Ecco il risultato: è meglio il farmacista, accidenti a noi (leggere articolo e dettagli –anche curiosi – per crederci).

I colleghi canadesi concludono, ragionevolmente, dicendo che… “Policy makers should consider an expanded role for pharmacists, including prescribing, to address the burden of hypertension.”

Che dire? Per quanto mi riguarda, la felicità è assoluta, per il tempo in più che avrò da dedicare alle patologie complesse, per i racconti brevi più interessanti da leggere rispetto alla lista dei valori pressori, per l’idea di ricordar mio padre farmacista che viveva al centro del percorso assistenziale dei pazienti, che saranno pur stati di paese, ma sempre sofferenti erano, povere persone. Persone che, come dice il Pianigiani, “sopportano, tollerano, attendono e perseverano con tranquillità”

 

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Bibliografia

  1. Tsuyuki RT et al. Randomized trial of the effect of pharmacist prescribing on improving blood pressure in the community: the Alberta clinical trial in optimizing hypertension (RxACTION). Circulation.2015;132:93.100.doi:10.1161/CIRCULATIONAHA.115.015464

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Claudio Cuccia
Presidente, Webmaster Direttore del dipartimento cardiovascolare, Fondazione Poliambulanza Istituto Ospedaliero

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