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la poesia che ci è sfuggita

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La poesia è un genere così difficile e ostico che scopriamo, quando una poetessa come Louise Glück vince il Nobel per la letteratura, che i suoi libri non sono praticamente tradotti in italiano, tranne uno, anzi due, ma il secondo è comunque introvabile; e scopriamo magari di non sapere chi sia, e scopriamo intanto che Glück ne ha scritte ben quindici, di raccolte di versi, e che noi conosciamo a mala pena il titolo di una, forse di due, ma il secondo ce lo ricordiamo sbagliato. La poesia è così sfuggente che ci è sfuggita, chissà dove stavamo guardando…

Però, per fortuna, ci sono anche i lettori attenti e bravi, che ci aiutano a rimetterci in pace con le nostre mancanze e a ritrovare il senso del nostro leggere. Uno di questi lettori bravi è sicuramente Gianni Montieri, che pochi giorni prima dell’assegnazione del premio (in tempi non sospetti, quindi) aveva scritto un bell’articolo (lo trovate qui) sulla traduzione dell’unico libro reperibile di Louise Glück in Italia, Averno. E ne ha scritto così:

È un libro che nasce dal disagio, dalla frattura (e dove se non sul lago vulcanico si possono contare le fratture?), dall’insoddisfazione di sé. Averno è doloroso, aspetta il lettore, non lo va a cercare. L’autrice americana parla di ferite aperte, non le nasconde ma non le ostenta, ci conduce negli inferi che siamo noi stessi, le nostre case, le nostre fughe, i nostri ritorni mai compiuti. Poesie fatte di sogni, di violenza e d’amore, di prove superate e da superare. Poesie sulle colpe e sullo stare bene. Poesie che annullano il confine tra bene e male, che lo ristabiliscono, che lo annullano di nuovo.

Un altro di questi lettori è Marilena Renda, che ha scritto in questi giorni uno dei migliori ritratti Glück, a mio parere (lo trovate qui). E che scrive per esempio così:

In effetti, la poesia di Glück è oggettivamente severa, tesa com’è nello sforzo di raccontare l’io e la natura nella maniera più precisa possibile, senza sbavature. Nella sua opera non troverete nemmeno una parola fuori posto o superflua, solo un eccezionale senso della forma e un incredibile equilibrio compositivo. […] Glück tende alla perfezione, ma non per questo i suoi libri sono freddi o pretenziosi; non sono esperimenti a sangue freddo ma operazioni a cuore aperto in cui il chirurgo ha sapientemente occultato le tracce organiche.

E infine, ovviamente le poesie. Una la potete leggere qui, grazie a Claudio Giunta. Altre le trovate tradotte negli articoli che ho appena linkato (alcuni versi sono bellissimi, senza dubbio). Ma forse succederà presto quello che si augura Montieri, in chiusura del suo bel post: «Glück meriterebbe la traduzione italiana dell’intera opera e speriamo che possa accadere presto». Forse il premio Nobel aiuterà questa tradizione, forse la accelererà, forse la poesia non ci sfuggirà più, non sfuggirà più agli editori, non sparirà più dalle librerie…. O forse invece no, forse già dopodomani ci saremo dimenticati di Louise Glück, quella che aveva vinto il Nobel per le sue poesie (la poesia ci sfugge sempre), quella che nessuno conosceva, quella che non si trovava nemmeno un suo libro, te la ricordi, eh, te la ricordi ancora, quella poetessa là?

Davide Profumo
Davide Profumo
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1 Comment

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