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la nostra vita low cost

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Al di là di motivazioni strettamente culturali e politiche, bisognerebbe anche indagare quanto la facilità di accesso a beni e servizi ha consentito di disinnescare la conflittualità potenziale di una intera generazione. Internet e il low cost hanno rappresentato due grandi valvole di sfogo delle inquietudini e dei desideri giovanili, per cui mai come oggi, nonostante scontri sporadici, la gioventù europea è tanto poco politicizzata e tanto conformista. Se di per sé internet ha ancora una carica liberatoria e libertaria (disintermediazione del sapere, della politica, dei rapporti sociali: messa in discussione dei “poteri”), i social media, che tanta parte parte rappresentano dell’internet, sono al contrario un meccanismo conformista perché tendono a spingere le persone a ricercare il consenso su quanto affermato, rafforzando gli stereotipi delle grandi filter bubbles in cui le varie tribù digitali vivono. Il low cost ha trasformato il desiderio in un processo pulsionale e ricorsivo di accumulazione quantitativa, rimandando la pretesa per la qualità (degli oggetti, come anche della stessa esistenza) a un orizzonte lontano, “quando ce lo potremo permettere”.

 

Qualche giorno fa ho letto questo lungo articolo sulla cosiddetta «generazione Erasmus» (cui non appartengo), sagacemente ribattezzata «generazione low cost», e non ho più smesso di pensarci, anche se ho fatto fatica darmi ragione di questa insistenza. Le righe che ho riportato qui sopra sono quelle che mi hanno più colpito, perché in esse riconosco molti degli atteggiamenti dei giovani alunni (ormai ex alunni, alcuni nemmeno tanto più giovani) che ho avuto la ventura di frequentare in questi anni. Così come ho riconosciuto alcuni degli atteggiamenti miei e di chi mi circonda, e non ho potuto non pensare, con fastidio, a certe pubblicità di divani sempre scontati, immancabilmente in promozione, eternamente in offerta speciale… (speciale?). E il brano successivo, che è ancora più estremo (e inizia con questa parola, badate bene: ideologia), mi ha costretto ancora di più a riflettere su ciò che vedo intorno a me, tutti i giorni, anche dentro di me, ogni giorno di più, e di cui spesso non riesco a darmi ragione:

 

L’ideologia di controllo sociale attraverso il low cost dell’ultimo quindicennio implicava una depoliticizzazione delle masse e il loro rifugio in orizzonti di senso del tutto individuali, basati su gratificazioni materiali continue ma di breve durata e di ridotte ambizioni. Questo downsizing materiale, questa resilienza esistenziale, mostrano ogni giorno dei punti di rottura di fronte alle pressioni di una società orfana di visioni capaci di governarla nel complesso e dare un senso alle singole esistenze. Così, all’interno del classico pendolo tra dimensione pubblica e dimensione privata di Albert O. Hirshman, gli individui tornano alla politica, ma a una politica di stampo populista, in cui si ritrovano accomunati da accuse più o meno generiche alle élites che, esplicitamente o meno, hanno gestito il processo di impoverimento di milioni di persone nelle nazioni più industrializzate. Il disvelamento dei limiti del compromesso low cost porta questa forma di individualismo frustrato a sfociare in politica, in una politica che si può essere definita, senza accezioni di giudizio, populista.

 

Però il post è impegnativo, ed è venerdì sera e magari non ne avete voglia (a me pare molto interessante, comunque). E quindi, quasi per fatale combinazione, c’è un’altra piccola nota, assai più breve e adatta all’attesa del fine settimana, che è in qualche modo un ritratto metaforico delle nostre ambizioni, sempre filtrate attraverso questa mal definibile categoria del low cost che pare averci irretiti un po’ tutti. Il brano, che parla di voli aerei, descrive semplicemente la nostra (scusate) stupidità. E inizia così:

 

Mi sono sempre chiesto quali pulsioni inducano le persone in ambienti pubblici o almeno, certe persone, a comportamenti che in qualsiasi altra situazione sarebbero ritenuti bizzarri se non del tutto privi di ogni senso logico. Prendiamo i viaggi in aereo. Nell’ultimo anno ho assistito ad almeno quattro episodi di intemperanze, più o meno gravi, a bordo di voli low cost. Ho visto persone alzare la voce con altri passeggeri, dirigenti aziendali bisticciare per il posto a sedere, coppie questionare animatamente con il personale di cabina pur di non spegnere il cellulare. Si tratta di persone che senz’ombra di dubbio in qualsiasi altro contesto con ogni probabilità si distinguerebbero per moderazione e buon senso. Qualità che evidentemente scemano progressivamente varcando la soglia di un aeroporto, passando i controlli sicurezza e si perdono del tutto una volta messo piede nella cabina dell’aereo.

 

E infine, per non farci mancare niente, una confessione: io sono uno di quelli che acquista sempre il posto in prima fila, in tutti i viaggi low cost. Dico di farlo perché sono molto alto e ho bisogno di spazio per le gambe. Ma forse, non lo so, mi viene il dubbio, nutro malcelate ambizioni che non so nemmeno confessare a me stesso, può darsi, speriamo di no.

Davide Profumo
Davide Profumo
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