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la nostra distanza

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Ma qual è la distanza che separa un uomo che sta nella sua stanza al primo piano di una casa da un altro che sta al quinto piano? È una retta o piuttosto una linea tortuosa che passa per porte aperte e chiuse, corridoi, pianerottoli e scale? Calcola e indica, questa distanza, un percorso pensato insieme a un percorso compiuto da tutto il corpo? E questa distanza cambia in qualche modo, se i due uomini in questione non si conoscono o se sono amici intimi?

Queste domande (che sono poi traducibili in un’unica domanda: che cos’è la distanza?) si trovano nelle prime pagine di un saggio di Emilio Tadini, pubblicato più di vent’anni fa, che appunto si intitolava (e indagava) La distanza. Ed è stato facile, troppo facile, per me in queste settimane tornare con il pensiero a quel volume, a quelle riflessioni, a quel tentativo di indagare uno dei concetti centrali della cultura letteraria dei nostri tempi, ma di tutti i tempi, ovviamente. Eppure oggi, nel chiuso delle nostre case, protetti dalle nostre mascherine, preoccupati del distanziamento che sarà regola nel nostro futuro, ancora di più.

La domanda di Tadini (che cos’è la distanza?) mi pare quindi decisiva perché parte dalle case in cui siamo reclusi, dallo spazio del quinto (o del primo) piano, dal domicilio in cui ci siamo arrestati (scusatemi per il non casuale gioco di parole, se potete), in attesa. Ed è come se ci spingesse a indagare la natura di questo spazio minimo che ci stiamo scegliendo, che possediamo e da cui siamo posseduti, in cui ci stiamo riorganizzando, per lavorare, per divertirci, per misurare e colmare distanze che però sempre più vertiginosamente, invece, si stanno aprendo, stanno mostrando i loro contorni di ferita sanguinante, chiudendo e dilatando lo spazio delle quattro mura stupefatte, limite e siepe del nostro vedere, asfissia e immaginazione dell’altrove…

Insomma, ho letto (su questo argomento) un post interessante, in questi giorni, ed è questo che volevo proporvi. Lo ha scritto Stefano Laffi, lo trovate qui, dice alcune cose sulla nostra quarantena domiciliare che penso anch’io, ne dice altre su cui devo riflettere, ma soprattutto dice bene che cosa stia trasformando le nostre case in qualcosa di altro da sé; guscio di lumaca, conchiglia piena di noi, pareti che deformano la nostra percezione della realtà. E per esempio dice così:

Prima della pandemia avevamo dibattuto a lungo sullo spazio pubblico, perché avevamo capito che la democrazia si gioca lì, non a domicilio dove la ricchezza mostra i suoi muscoli: quando corriamo in un parco, facciamo una gita al fiume, cantiamo ad un concerto, nuotiamo in mezzo al mare o ci sediamo su una panchina in piazza siamo tutti più o meno uguali, più o meno partecipi, mentre le case, le automobili, le barche riproducono la scala sociale, sono gli elementi distintivi del potere e del denaro accumulato. Non è un caso che i più interessati alle relazioni paritarie – i bambini e i ragazzi in primis – siano da sempre i grandi utilizzatori dello spazio pubblico, e quindi i grandi esclusi di oggi, mentre gli adulti che tengono alla disparità sociale perché sono arrivati in cima alla scala già professano il distanziamento sociale, non li vedrai mai sui mezzi pubblici, popolati di studenti, anziani e immigrati.

E vi porta qui, con alcuni passaggi che forse stridono ma che in qualche modo è necessario cominciare a fare:

La reclusione domestica e il distanziamento sociale sono stati per l’amicizia fra ragazzi ma ancor più per gli innamorati di ogni età un colpo durissimo, una vera ingiustizia, perché gli innamorati sono l’umano che non siamo più, sono votati a fare esattamente il contrario di quello a cui tutti oggi siamo assuefatti: non portano il mondo in casa ma fanno casa nel mondo, reinventano lo spazio pubblico, esercitano la loro creatività ovunque, affermano il primato del contatto fisico e dei corpi, scrivono dichiarazioni d’amore sui muri, vanno al cinema e a teatro per incontrarsi e per baciarsi, e non farebbero mai cambio col consumo individuale e domiciliare. “Prego, prima gli innamorati”, dovremo dire in coda quando sarà pronto il vaccino.

E se infine mi chiedeste un libro, a cui io penso in questi giorni per raccontarmi questi giorni, vi direi che è un libro breve, ed è questo. Ma se mi chiedeste invece una poesia, che descriva meglio di un post e anche di un libro l’asfissia di questi giorni, ecco, ho anche la poesia. L’ha scritta qualche decennio fa Franco Fortini, si intitola Un’altra attesa, dice così:

Ogni cosa, puoi dirlo, è assai più buia
di quanto avevi immaginato, in questa
casa dove ti han detto di aspettare
che tornino gli amici tumultuosi.
Vai da una stanza all’altra e dunque aspetti.
I muri sono stanchi, oscuri gli angoli.
Torneranno gli amici appassionati.
Non è dolore, non è ira o noia
ma un rancore nel fondo della testa
che ora sembra noia ora dolore.
Fuori dei vetri vedi ancora i tetti.
Dentro, dove tu sei, non vedi più.
Se non, contro il soffitto, dai cortili
qualche filo di lume o dalla bruma
il chiaro della città verso cena.
Puoi, quando vuoi, accendere la luce,
leggere un libro, fumare, pensare
ad altro, intanto che il tuo tempo passa.

Davide Profumo
Davide Profumo
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