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14 Settembre, 2020

la maledizione dei classici

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Entrate dunque. Non rimanete sul limitare … dicendo male della tessitrice, e della sua tela, e del suo canto…

Quando pensate alla scuola che (forse, chissà) riapre, pensate anche a questo: che a scuola si studiano le poesie di Pascoli, per esempio. Pensate cioè alla distanza abissale, all’estraneità di quello che succede nelle aule scolastiche (piccole) ai vostri figli (numerosi), mentre stanno in mia compagnia, rispetto a quanto invece accade fuori dalle stesse aule, per strada, nelle case e nelle piazze, sui social. È giusto? È sbagliato? Sarebbe meglio che fosse diverso da così? Non lo so, forse non mi interessa nemmeno saperlo (anche se non dovrei dirlo) perché a me piace Pascoli, Myricae, il campo mezzo grigio e mezzo nero, chiù e tutte quelle cose lì. E perciò leggiamo ancora Pascoli e le sue poesie, nelle nostre aule, adesso che la scuola riapre.

Ma c’è un altro aspretto della questione (la questione Pascoli, cioè le cose che studiamo a scuola e come le studiamo) su cui vale la pena di riflettere, secondo me, anche se non siete letterati e di Pascoli non sapete che farne e ve ne frega il giusto. Si tratta di un punto sollevato qui, in questo bel post che è poi la sintesi dell’introduzione a un interessantissimo ritratto critico di questo poeta (Giovanni Pascoli) così tristemente letto nelle tristissime (e piccole) aule scolastiche italiane. Lo ha scritto Francesca Sensini, questo libro, e ha detto così:

È, in fondo, la maledizione – un’altra – dei classici, cioè di quelle opere dell’ingegno umano a cui il tempo riconosce una validità e vitalità indipendente dal tempo stesso. La consacrazione di queste opere, e dei loro autori e autrici, entro un canone riconosciuto dalle istituzioni culturali più influenti, li espone fortemente al rischio dell’imbalsamazione. Come il monumento equestre svetta in mezzo alla piazza principale, nella rispettosa indifferenza dei più, raggelando in una posa lo slancio del cavallo e il dinamismo del cavaliere, così le narrazioni dominanti che si affermano sui classici, spesso attraverso formule-etichetta, finiscono non di rado con l’anestetizzare opera, artista e pubblico con scarse possibilità di risveglio. Pascoli ne sa qualcosa. Non cito nessuna delle formule che lo vogliono “poeta di” questo o quello o, forse ancora peggio, poeta di colore locale. Fanno già eco nelle nostre teste. Se possono avere il pregio di sintetizzare discorsi letterari, storici e filosofici infinitamente più complessi, presentano la stessa pericolosità apodittica degli slogan, che implicitamente non ammettono replica o confronto, che gridano coprendo le altre voci.

Il rischio, cioè, non è tanto di leggere un poeta «inutile e sorpassato» (così diceva il preside della mia precedente  scuola, citando proprio, e con disprezzo nemmeno celato, Pascoli); il rischio è di leggerlo male, di non capirlo, di perderne la forza e l’energia, di accontentarsi del monumento e dello slogan, di imbalsamarlo (come si fa sempre con Manzoni, con Leopardi, con tanti altri) con lo scopo forse esplicito, benché mai dichiarato, di non capirlo e di tenerlo lontano da noi, dalle nostre vite fuori dalle aule di scuola, lontano dalle strade e dai social… Ecco no: Pascoli esiste, parla, la sua voce può essere ancora forte e turbarci. Pascoli fa un po’ paura.

Il libro di Francesca Sensini è molto bello (e non è troppo specialistico). Ne trovate anche un’interessante recensione qui (da cui ho preso le parole di Pascoli che ho citato direttamente all’inizio di questo post). Magari non vi farà venire voglia di rileggere Pascoli (a nessuno viene mai voglia di rileggerlo, temo), però vi potrebbe far pensare che è bello che ancora si legga Pascoli, dentro quelle aule di scuola che nel frattempo (con fatica) stiamo cercando di riaprire. Con l’obiettivo di leggere Giovanni Pascoli, il campo mezzo grigio e mezzo nero, chiù, un’ala di gabbiano, senza farne una mummia imbalsamata, inutile e sorpassata. Sarà difficile, non ci riusciremo, ci proveremo.

Davide Profumo
Davide Profumo
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