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la luce e il buio

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C’è un libro che sta qui, nella libreria alle mie spalle, da molti mesi, di cui da molti mesi avrei voluto parlare e scrivere a voi cardiologi e ho sempre rimandato; forse perché, ma non lo so, avevo bisogno di parole giuste che non ho mai trovato, perché a un certo punto ho sospettato che nemmeno esistessero, queste parole giuste; e ho preferito regalare questo libro ad altri amici, che non fossero cardiologi, e rimandare.

Ma oggi (anche per dribblare i sempre più fitti anniversari da cui mi sento perseguitato: Pasolini, Verga, Fenoglio, Meneghello, Umberto Eco, chissà chi altro) oggi ho deciso infine di segnalarvi e consigliarvi questo libro, che si intitola Quando abbiamo smesso di capire il mondo, che è stato scritto da Benjamin Labatut, che è stato pubblicato da Adelphi circa un anno fa e che a me è piaciuto moltissimo.

E soprattutto (questo è anche uno dei motivi delle mie esitazioni) mi è sembrato fin da subito il libro perfetto per chi come voi (intesi: cardiologi) si occupa quotidianamente di scienza, di dati scientifici, di numeri e di verità scientifiche, per il bene degli altri. Perché è questo uno straordinario libro che riesce a tenere insieme, fin dalle prime pagine, in un equilibrio davvero prodigioso, scienza e letteratura, verità sperimentali e mistero, salute perfetta e inguaribile malattia, la luce e il buio.

In un’intervista (che trovate qui, ed è anche una delle migliori recensioni italiane al libro) Labatut ha detto così:

«La scienza non offre verità ma un metodo, pieno di incertezze: una domanda scottante mai del tutto risolta. La vera scienza sospetta sempre che dietro ogni sua scoperta giaccia qualcosa di più profondo, oscuro, strano. La sua più grande virtù è l’infatuazione per il mistero, un desiderio di sapere perseguito con lo stesso fervore con cui i santi desideravano il contatto con il Verbo. […] Mi interessa l’oscuro ventre della scienza, i difetti nella logica dell’universo, le scoperte clic rompono la nostra immagine della realtà o l’espandono fino all’inimmaginabile, perché anche la scienza, se vista da una certa prospettiva, è una forma particolare di follia: la follia di pensare che possiamo capire il mondo».

Che mi paiono parole definitive, anche in tempi di pandemia, anzi: soprattutto in tempi di pandemia. E mi paiono parole quasi perfette per il vostro faticoso e quotidiano lavoro, la medicina, la scienza, con i suoi strepitosi successi e la sua prevedibile fallibilità.

Ma Labatut ha anche un altro grande merito, almeno in questo suo magmatico libro. Quello, cioè, di costruire delle vere storie letterarie a partire dalla scienza e dagli scienziati: non c’è divulgazione in questo testo, e c’è invece letteratura, c’è finzione, c’è la necessità di raccontare qualcosa che sia più vasto delle scoperte stesse e che possa inserire le scoperte scientifiche dei nostri tempi entro un quadro più ampio, in cui possano, anche solo per un istante, mostrare un senso più profondo, quello che da molti secoli ha cominciato a sfuggirci. Perché, come conclude la recensione che già vi ho segnalato (ma ce n’è almeno un’altra che vi può essere utile, se siete ancora incerti):

La scienza, afferma Labatut, non è mai il riflesso del mondo, ma delle nostre menti; e quindi «solo una visione di insieme, come quella di un santo, di un pazzo o di un mistico, ci permette di decifrare la forma in cui è organizzato l’universo».

Ecco, alla fine ce l’ho fatta, vi ho parlato anche di questo libro, che ho letto tanti mesi fa. E mentre scrivevo ho anche capito le ragioni della mia incertezza, della mia lunga reticenza, di un silenzio che insospettiva pure me stesso. Non vi dirò nulla, non oggi. Ma immagino che quelli di voi che mi conoscono meglio e quelli di voi che mi leggono da più tempo lo avranno già capito da soli.

Davide Profumo
Davide Profumo
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