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la lingua delle ricette

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Nella bella stagione gli amici vengono qui, si guardano intorno, notano subito il panorama (Ragusa Ibla è molto bella, vista da alcuni punti del suo centro), a volte le colline, poi i muri spessi della casa, i fiori che qualcuno (non io) coltiva con gusto e passione, qualcuno guarda i libri, ma alla fine tutti si siedono e mangiano. E l’amicizia diventa immediatamente questo: dividere il cibo, il pesce, il formaggio, il vino, la frutta, i dolci. E insieme parlare di libri, di clima, di politica, ma soprattutto parlare di cibo.

Forse è per questo che mi piacciono i libri in cui si parla di cibo e di vino: perché è come se tenessero insieme i due principali ingredienti dell’amicizia, dello stare bene, le parole e il cibo che ci dividiamo.

E forse è sempre per questo che (lo abbiamo già detto una volta) «ricetta» è sia quella che voi medici ci scrivete, con calligrafia incomprensibile, per salvarci dai nostri mali corporei, sia quella che usiamo noi per preparare il cibo da dividere con voi, quando venite qui, nella bella stagione, in veste di amici.

Tra i molti libri di ricette che tengono insieme cibo e letteratura, uno ci deve essere più caro di tutti, perché è in qualche modo quello da cui, almeno in lingua italiana, discendono gli altri, senza troppe eccezioni. Lo scrisse Pellegrino Artusi alla fine dell’Ottocento ed è stato detto da un filologo illustre come Piero Camporesi, in vena di piccola esagerazione (magari alla fine di un pasto in compagnia), che «ha fatto per l’unificazione nazionale più di quanto non siano riusciti a fare i Promessi sposi».

Ne ho letto oggi una gustosa (scusate l’aggettivo) recensione sul sito della Treccani (qui). L’ha scritta Monica Alba e ci spiega che le parole con cui parliamo del cibo passano più o meno tutte attraverso le pagine dio questo splendido libro, che forse, ogni tanto, potremmo anche leggere a scuola A un certo punto Monica Alba scrive così:

In una nazione ancora linguisticamente frammentata, con una percentuale esigua di italofoni attivi, Pellegrino Artusi è il primo a cogliere l’esigenza di una lingua media unitaria anche a tavola. Fino alla fine dell’Ottocento, il tessuto linguistico dei testi di cucina risulta fortemente eterogeneo: un vero miscuglio indigesto di termini dialettali, parole straniere e tecnicismi; nel solco di Manzoni, adottando per la sua opera il fiorentino, Artusi dona agli italiani una soluzione vera e concreta a quella lingua incomprensibile.

E poi ancora così:

Artusi costruisce un progetto gastronomico ed editoriale senza eguali. È lui stesso ad occuparsi della cura redazionale dell’opera, ma anche della sua distribuzione, perché, com’è noto i lettori potevano richiedere le copie del manuale presso l’autore; scrivono ad Artusi da ogni parte d’Italia, anche per chiedere approfondimenti e consigliare nuove ricette, attivando di fatto una conversazione a distanza continua e reciproca che fa della Scienza in cucina un vero blog d’altri tempi.

Insomma, un bel libro da rileggere anche adesso ma non soltanto quello; un luogo di incontri, come una cucina a vista, una tavola apparecchiata attorno alla quale mangiare qualcosa, bere un bicchiere di vino, ma soprattutto parlare: di libri, di omelette, di paesaggi e panorami, parlare di cibo e di ricette. Con la lingua che una volta non c’era e che Artusi, un giorno, per nostra fortuna, ha trovato. Sapendo che poche cose assomigliano più di questa (dividere il cibo e le parole, nella bella stagione, con gli amici) a una possibile «ricetta» di una possibile, minima felicità.

Davide Profumo
Davide Profumo
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