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la lingua che duole

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La lingua, anche quella che parliamo, va sempre a sbattere sui denti che dolgono, non è solo un proverbio. E uno dei denti che più duole, di questi tempi, è senza dubbio la cosiddetta «questione di genere», tra femminile e maschile, che precipita anche nei nostri discorsi, nella lingua che parliamo e nella lingua che ci parla.

(Non è una questione così oziosa, come alcuni la vogliono far apparire: la lingua è lo strumento con cui descriviamo e raccontiamo il mondo: calibrarla in una direzione piuttosto che in un’altra è evidentemente anche una scelta culturale, che incide sul racconto del mondo e quindi sulla realtà.)

La lingua, dicevo, è carne viva, anche quella che parliamo, ed è per questo che può anch’essa dolere. Mi è quindi sembrato utilissimo leggere e segnalare un lungo e articolato post pubblicato ieri da Vero Gheno, scrittrice e linguista, la quale ha cercato (con successo, secondo me) di dare contorno alla recentissima polemica sulla definizione della parola «donna» che si trova nei nostri vocabolari. È lei stessa a riassumere tale polemica nel suo post (lo trovate qui). Basti qui sapere che si parte da un autorevole invito giunto alla Treccani ad eliminare dai sinonimi di donna quelli (per esempio «scrofa») che rimandano a un uso della parola in formazioni spregiative, come «donna da strada».

Ma l’articolo che Vera Gheno scrive è assai di più che una risposta. È in verità una lucida descrizione di cosa siano i dizionari, dell’uso che possiamo farne, di come sia giusto imparare a usarli e a leggerli: è insomma una dissertazione molto acuta su uno strumento che troppe volte diamo per scontato, tanto da finire a non capire nemmeno più che cosa sia (e quali parole contenga). Ed è per questo che mi è sembrato utilissimo segnalarlo qui; perché, per esempio, spiega così:

Un dizionario sincronico o dell’uso è, o piuttosto prova a essere, l’istantanea della lingua usata oggi dalla comunità dei suoi parlanti. Dico che “prova a essere” perché, esattamente come a una fotografia manca la possibilità di mostrare il movimento, così il vocabolario tenta di bloccare qualcosa che è in perenne mutamento, cioè una lingua viva. In linea di massima, quindi, il dizionario registra, nella maniera più neutra e scientifica possibile, gli usi linguistici, nel bene e nel male: generalmente descrive una lingua dal punto di vista lessicale, ma non la prescrive. In un dizionario contemporaneo troveremo molte delle parole che usiamo, ma non l’inventario completo: nessun dizionario registra tutte le parole di una lingua, come vedremo nel seguito, ma il giudizio sulle parole non è di merito.

Non basta, però. Perché ieri dev’essere stata una giornata impegnativa per Vera Gheno, visto che su un altro sito è apparso un altro suo articolo molto interessante, sempre a proposito delle parole e della lingua che usiamo per raccontare il mondo che abitiamo. Questa volta l’articolo parla dell’uso frequente di termini inglesi entro la lingua italiana, a partire dal piccolo accenno polemico che ne ha fatto il presidente Mario Draghi, in una sua recentissima conferenza stampa.

[Tra parentesi: le prime volte che partecipavo ai convegni di voi cardiologi rimanevo stupefatto e attonito di fronte alla quantità di anglismi presenti in un qualsiasi discorso medico in italiano; per non parlare degli acronimi; tanto che, tra gli uni e gli altri, avevo l’impressione di non parlare nemmeno la vostra stessa lingua. Poi, negli anni, mi sono abituato e non ci faccio più caso; ma non so se sia un bene o un male.]

Il discorso di Vera Gheno è di nuovo molto lucido e interessante e mi pare utile, anche questa volta, segnalarlo (lo trovate qui) perché è una discussione che tante volte abbiamo avuto modo di fare e che sicuramente, altre volte, ci toccherà rifare. E anche perché, di nuovo, riguarda la nostra lingua, quella con cui ci raccontiamo e ci descriviamo; quella che evidentemente dice molte cose di quello che siamo. Tanto da farci pensare che, se usati bene e con parsimonia, i forestierismi (tutti) possano essere la nostra ricchezza, non il nostro limite. Leggete per esempio, qui:

In generale, e sin dall’antichità, l’Italia è stata crocevia di rotte commerciali e migratorie: non poteva essere altrimenti, considerata la sua posizione nel mezzo del Mare Nostrum. Per questo, nel nostro vocabolario troviamo termini derivanti (o presi in prestito) da decine di lingue diverse: l’italiano è stato – ed è – una vera e propria spugna.

E avrei anche finito, finalmente. Ma se avete pazienza ci sono due piccole cose che ancora vorrei far notare. La prima riguarda una caratteristica stilistica degli articoli di Vera Gheno. La cosa più evidente è la loro ricchezza di link (ecco, una parola inglese… come possiamo dire in italiano: «legàmi»? «nodi»? «ganci»?): ed è un dettaglio di grande importanza, secondo me: questo stile è tipico del web (altra parola inglese: vogliamo dire «rete»?) ed è una delle sue maggiori risorse. È parente delle note al piede ma è un uso molto più ricco e fecondo per il lettore. Io personalmente lo trovo bellissimo e utilissimo. E se voi aveste il tempo per seguire ognuno di questi ganci nella rete, e leggere tutto, e poi trovare nei testi agganciati altri ganci e seguire pure quelli… Ecco, non vi basterebbe la mattina. Ma l’avreste passata bene, a leggere e imparare cose bellissime, percorrendo il web, la «rete», che esiste anche per questo e che in questo trova una sua splendida ragione di esistere.

Infine, un accenno un po’ superfluo a Dante. Ma è il Dantedì, cosa ci volete fare, le ricorrenze ci rincorrono ed è piuttosto comodo farsi raggiungere, se siamo stanchi. A un certo punto del suo articolo sugli anglismi, infatti, anche Vera Gheno accenna a Dante. E dice così:

… già in Dante (invocato spesso – secondo me a torto – come baluardo contro il meticciato linguistico) troviamo francesismi e provenzalismi, come pure recuperi di termini latini.

Ha perfettamente ragione. A tal punto che tra gallicismi e provenzalismi e latinismi e dialettismi e sicilianismi di ogni tipo, la Commedia è davvero un monumento al plurilinguismo e al pluristilismo (compreso il turpiloquio, e compreso quello legato alle donne da strada di cui sopra); e a tal punto che a volte ci dimentichiamo che la prima parola pronunciata dal Dante personaggio perduto nella selva oscura è la parola «Miserere»: che è latina ed è liturgica ed è decisiva nella sua importanza, supplica rivolta a un’ombra che si rivelerà essere un poeta pagano del I secolo avanti Cristo: parola che ci salva. Mentre l’ultimo personaggio del Purgatorio parla a Dante direttamente in provenzale (lo trovate qui, in fondo al canto) e comincia, imprevedibilmente, dolcissimamente, così: Tan m’abellis vostre cortes deman

La lingua, insomma, duole perché è viva; ed è la stessa che ci restituisce la bellezza e la dolcezza del mondo; che magari, a volte, ci può perfino salvare. Conservarne un minimo di cura è un piccolo compito che, ricorrenze o meno, mi pare giusto sapere di avere.

Davide Profumo
Davide Profumo
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2 Comments

  1. Avatar .mau. ha detto:

    Io per link uso “collegamenti” che in effetti ha lo svantaggio di essere una parola molto lunga: “ganci” è simpatica, però userei più “agganci”. Per la rete, quasi trent’anni fa coniai la traduzione Tela Totale Terrestre per http://WWW...
    Infine una domanda seria. Tanti, tanti anni fa il mio professore del liceo mi disse che i versi in provenzale nel
    Purgatorio erano il modo in cui Dante voleva mostrare che se solo avesse voluto avrebbe potuto poetare in quella lingua. Confermi?
    (Sugli anglismi, come post scriptum: una cosa che mi chiedo sempre, e per cui non c’è risposta, è capire se è meglio usare la parola inglese – in un senso che è necessariamente ristretto rispetto all’uso originario – oppure traslitterarla in italiano o ancora dare un nuovo significato a una parola italiana. Ho il sospetto che la risposta sia “dipende”)

    • Davide Profumo Davide Profumo ha detto:

      Sul www io avevo pensato a “vasta trama del mondo”, che però, mi rendo conto, è troppo letterario e non molto incisivo.
      Per quanto riguarda i versi in provenzale, non sono molto d’accordo con il tuo ex professore. Indubbiamente esiste la componente virtuosistica, anche in Dante e anche in questo passo. Ma il dato letearirio più rilevante è a mio parere un altro: qui è Arnaut Daniel che parla, il massimo esponente del trobar clus provenzale, ispiratore di tutte le rime petrose di Dante. Ecco, nel Purgatorio usa un provenzale del tutto diverso, dolcissimo e lievissimo: e mi pare che ci sia un “pentimento stilistico” ad animare questi versi e a renderne indispensabile la stesura in lingua materna (di Arnaut). Il purgatorio è spesso anche un’ascesa di natura stilistica e linguistica in direzione delle vette paradisiache.
      Infine, sul punto tra parentesi, anch’io credo ocme te, che la risposta sia quasi sempre “dipende”.

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