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la ferita di ogni volta

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Leggo una poesia e rimango folgorato, quasi ferito, mi succede ancora. Anche solo un verso, mi capita anche questo. Leggo stamattina una poesia di Milo De Angelis e sono improvvisamente in una piazza, anche soltanto in quella che si trova qui accanto, sento il sole sulla faccia, il silenzio improvviso dell’assenza delle auto, la gente che parla piano, i passi dei gatti che con cautela misurano gli angoli dei marciapiedi. Mentre sono qui fermo, davanti a uno schermo di computer, leggo una poesia e si compie il piccolo miracolo, mi appare la piazza luminosa, quando aspettarselo era davvero più del lecito.

 

Ho dunque letto versi di Milo De Angelis, stamattina: e ho pensato che non leggevo da molto tempo versi di questo poeta e che forse è venuto il momento di riprendere in mano i suoi libri (è uscita da poco una raccolta importante, per questo nostro autore vivente, è questa). Li ho letti grazie a Gianluigi Simonetti, che su De Angelis ha scritto nei giorni scorsi parole molto belle, cui per esempio queste (e la poesia che mi ha lasciato folgorato, se qualcuno fosse curioso, è quella che trovate appena sopra queste parole):

 

Per De Angelis poesia è ciò che serve a nominare, con la massima precisione formale e senza traccia di vergogna, quell’istante cruciale, circondato dal nulla, in cui l’episodio più contingente s’intreccia al sentimento della permanenza. Il suo stile è tutto teso a esprimere, anzi a catturare, questa sintesi suprema, irrazionale, contraddittoria. La compresenza tra istante e durata rivive così nel ricorso simultaneo all’ astratto e al concreto («i riflessi/sui tavoli del ristorante non danno spiegazioni»), o al corto circuito tra particolare e generale («guarda dentro una tazzina le gocce/ rimaste e pensa al tempo»). Musica e silenzio s’incontrano nella perentorietà degli a capo («questa è la carezza//che dimentica e dedica»). Ogni cosa risponde a leggi cosmiche e assolute, eppure ogni cosa è detta mentre sta accadendo: «esserci», «subito», «adesso».

 

Ma ho letto anche le parole che Umberto Fiori ha dedicato a Giorgio Caproni, in questi giorni. E anche grazie a quelle ho pensato che c’è un colpo di vento nella poesia che non ha mai smesso di vibrare, nemmeno adesso, nemmeno stamattina, anche se magari a volte ci sembra, anche se i reparti «poesia» , nelle librerie che sopravvivono, non ci sono più. Ho letto il ritratto di Caproni che Fiori ha saputo scrivere e mi sono rimasti impressi questi versi, che non ricordavo, a proposito di Genova, dipinta come se fosse un piccolo inferno mitologico:

 

Ho conosciuto neri
tavoli – anime in fretta
posare la bicicletta
allo stipite, e entrare
a perdersi fra i vapori.
E ho conosciuto rossori
indicibili – mani
di gelo sulla segatura
rancida, e senza figura
nel fumo la ragazza
che aspetta con la sua tazza
vuota la mia paura.

 

E anche qui le parole del critico-lettore sono importanti e illuminanti, guidano la nostra lettura e la chiariscono:

 

La poesia di Caproni è ben più ricca e complessa di quanto potrebbero far credere certe semplificazioni da sussidiario. Caproni, che ha fatto per tutta la vita il maestro elementare, non rifuggiva certo dalla semplicità; ma la sua è (per citare un suo verso) una semplicità fine e popolare, capace di inapparenti profondità e di spaesamenti vertiginosi… La sua poesia perviene – negli ultimi anni – a una sorta di tormentata teologia negativa; ma le parole sono sempre limpide, chiare, familiari. Le più comuni, eppure le più sue. Quando – leggendo un giornale o parlando con la gente – la lingua comincia a fluttuarmi attorno come un vapore opaco e grigiastro, mi basta aprire una pagina di Caproni per ritrovare in ogni verso la cara luce delle parole italiane: vetro, mano, spavento, battere, alba, binario… 

 

Ecco sì, è così anche per me, grazie a Caproni e grazie a Umberto Fiori che me lo sta spiegando (che mi sta spiegando perché lo leggo e perché mi piace), grazie a Milo De Angelis, che da tanti decenni mi sta facendo capire nei suoi versi quello che a volte dimentico di aver capito: che attraverso le poesie io riscopro le parole, quelle che uso e che mi usano, quelle che mi sfuggono e che non ritrovo, le parole senza cui non esisterebbe il mondo e non esisterei io, perché non ci sarebbe nulla per dire il mondo e dire io, le parole che mi feriscono e mi consolano e poi ancora mi feriscono, per fortuna, da tanti anni.

Davide Profumo
Davide Profumo
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