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la dimensione umana

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È bello (è soprattutto salutare e straniante) sorprendere sé stessi a leggere e rileggere con gli occhi di un altro un testo che si ama e che si legge e rilegge continuamente, soltanto con i propri occhi. E sorprendere quindi, negli occhi dell’altro, una diversa piega della propria costante (e anche un po’ abitudinaria) interpretazione, leggere le stesse parole di sempre con uno sguardo nuovo, coglierne sfumature impreviste, sapere che mai nessuna lettura potrà cogliere la verità del testo, né la propria né quella altrui. Sapere, infine e di nuovo, che non c’è alcuna verità in un testo; che la verità è nello sguardo diverso di ognuno, nell’incontro tra lettore e parole, nell’atto stesso del guardare il testo con occhi ogni volta diversi.

Ma non volevo arrivare a tanto, oggi. Volevo in realtà soltanto segnalarvi che è molto interessante (e molto bello) il breve saggio pubblicato pochi giorni fa da Umberto Fiori (lo trovate qui) a proposito di un aspetto della Commedia di Dante (sono quelle dantesche, in effetti, per me «le stesse parole di sempre»). Fiori parla delle similitudini del poema, quelle che spesso mi capita di raccontare ai miei studenti dicendo semplicemente: «È una similitudine…», e andando subito avanti, verso parti del testo più difficili da spiegare, più belle forse, più importanti (secondo me, secondo il mio sguardo). E magari no, invece. Perché come scrive Fiori, le similitudini in Dante possono essere anche raccontate così:

Le similitudini dantesche non sono collegate in una trama, in un sistema; spesso, anzi, ci sorprendono per la loro estemporaneità, per la loro distanza dalla situazione che dovrebbero “illustrare”: si aprono e si richiudono di colpo, come sportelli; i loro paragoni intervengono nel Poema come delle improvvise sortite, delle incursioni a ritroso nel mondo che Dante si è lasciato alle spalle, memorie, reminiscenze e quasi sogni di una dimensione umana, spesso familiare, ordinaria, che contrasta con l’eccezionalità dell’avventura sovrumana che sta al centro della narrazione.

Insomma, forse può essere bello anche per voi ripercorrere insieme a Umberto Fiori questo sintetico ed efficace itinerario entro la misura della similitudine dantesca, figura retorica in apparenza così semplice e banale (quanto tempo speso invece a spiegare il significato della sinestesia in Pascoli, o del correlativo oggettivo in Montale…), ma in realtà così profondamente radicata nella poesia dantesca, così intimamente presente nel suo modo di pensare la vita terrena e quella ultraterrena, inscindibilmente unite e intrinsecamente legate l’una all’altra…

Lo spiega benissimo Fiori in un altro passaggio del suo articolo; ci spiega che c’è una ineliminabile inattualità di Dante, una sua lontananza da noi che rende ancora più preziosa la nostra lettura, la nostra costante fatica di comprenderne i versi, di non staccare gli occhi dal suo mondo. È il passo in cui scrive così:

Le straordinarie visioni dell’aldilà, per essere comprese, hanno bisogno di essere ricondotte a qualcosa di noto, di familiare. Le similitudini avrebbero, insomma, una funzione principalmente didascalica; ma quello che a me sembra di cogliere è qualcosa di più profondo, qualcosa di sottinteso e in parte inavvertito: presentando i suoi paragoni – l’ho già osservato – Dante conta su una implicita condivisione del vedere e dell’esperire, che unisce il poeta ad ogni essere umano, che lega la sua visione, la sua avventura straordinaria, alla vista e all’esperienza del più ordinario degli individui. La similitudine è anche, a ben vedere, un appellarsi – mai esplicitato ma solidissimo – a una comunità del sentire e del vivere.

C’è dunque un «noi», fortissimo, che parla in Dante; ed è un «noi», nostra vita, che sta alla radice di ognuna delle sue similitudini, che le nutre e le motiva, che consente al poeta di giungere dove nessuno mai prima di lui, di raccontare l’aldilà, di dire l’indicibile… e in più di dirlo a noi, lontanissimi da lui, ma viventi della sua stessa vita umana, dentro le cose della vita umana, con gli occhi che guardano il volo degli stessi uccelli, la luce fioca delle stesse stelle.

Davide Profumo
Davide Profumo
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