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la cura incerta dell’inchiostro

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Esistono libri che si leggono facilmente dalla prima all’ultima pagina, come bibite fresche, come libri gialli, come romanzi d’avventura, ma esistono anche libri che si sorseggiano con cautela, come romanzi russi, come vini rossi o passiti, come racconti in cui si scopre qualcosa di se stessi, come fulminanti storie d’amore o terzine dantesche intrecciate una dietro l’altra, e anche esistono libri che stanno lì, fermi sui comodini, per mesi o per anni, che si aprono talvolta e si sfogliano, da cui si scelgono pagine casuali, casualmente sempre le stesse pagine, sempre le stesse parole, sono libri di poesie generalmente, sono versi entro cui cerchiamo invano una formula magica, la parola che possa aprirci mondi, l’abracadabra storto che non c’è, che non esiste, che non abbiamo mai trovato, in nessun libro e in nessuna scrittura.

Il libro che ho davanti adesso, mentre scrivo, è in qualche modo uno di questi libri (è questo libro), anche se non è un libro di poesie ma un libro sulle poesie. Ha il pregio di essere caleidoscopico, di provare a raccontare la stessa identica cosa (quella cosa che chiamiamo poesia, l’inchiostro di cui quella cosa è fatta, la radice nera da cui quella cosa nasce) da una cinquantina di lati diversi, di voci diverse, un centinaio di occhi diversi. Ha il pregio di partire dal liquido denso da cui ogni verso è partito, l’inchiostro, e di farcene cogliere la sua natura di farmaco, che è anche veleno, che è anche (i tempi sono questi) vaccino.

La poesia è veleno e lo è in quanto farmaco, etimologicamente. Lo scrive Franca Mancinelli in uno dei brani più belli del volume (ma bello davvero, non sto esagerando), in un passaggio bellissimo (che trovate qui):

È una sconfitta la scrittura, la presa d’atto di un limite, di un’impossibilità. La lingua non può restituirci pienamente la nostra esperienza della realtà: la sua carica di bellezza sarà sempre limitata dalle parole che possono appena riverberarla. Restiamo debitori nei confronti di questo splendore che ci è dato, in ogni istante, se soltanto la nostra attenzione ci permette di riconoscerlo. Eppure non è a partire da una resa che può nascere un atto creativo. Nel momento in cui stringiamo la penna o posiamo le mani sulla tastiera, crediamo, come i nostri primi antenati, di potere raggiungere l’anima delle cose e di fare rivivere la loro presenza. Viviamo un lutto per tutto ciò che non abbiamo potuto portare alla luce della parola, come non fossimo stati capaci di salvarlo, come se fosse perso per sempre. Sappiamo l’odore, il fremito, il colore del cervo incontrato nella boscaglia, eppure, nei pochi segni che lasciamo sulla parete di roccia, sentiamo che vive l’animale e che continuerà a farlo, ogni volta che la nostra attenzione, attraverso quelle linee impresse, tornerà in quel punto da cui si è generata la nostra esperienza.

Ma lo dice anche, in modo meno esplicito, Marilina Ciaco, in un altro dei passi del volume (lo trovate qui), quando scrive che la poesia è farmaco inutile, che non guarisce, è effetto placebo:

Nonostante lunghi decenni (ormai secoli!) di ritrattazioni e contro-dimostrazioni volte a dissuaderci dall’idea di un presunto potere taumaturgico della scrittura – di quella poetica in particolar modo –, oggi più di qualcuno sembra non aver (ancora) accettato che scrivere non serve a nulla. Non ci guarirà, non ci renderà persone migliori, non ci indicherà la via della salvezza. Non serve.

Ci sono, pertanto, libri che ci restano in mano e continuiamo negli anni a sfogliare, come tesori in cui speriamo di trovare un segreto, la metà mancante del codice alfanumerico che apre le porte chiuse, che non apre nessuna porta, nessuna serratura, la voce che sentiamo parlare da lontano, dal fondo, e di cui ancora non distinguiamo bene le parole, perché forse non sono nemmeno parole, ma qualcosa di più misterioso, di disumano e irrazionale, qualcosa a cui non sappiamo nemmeno dare un giusto nome. La poesia è incerta medicina, ha questa voce, e non guarisce ma forse vaccina, o magari invece proprio guarisce, e non riusciamo mai smettere di sperare che ci sia una cura, che la cura possa essere quella del libro che non smettiamo di sfogliare…

Noi tutti non siamo solo
terrestri. Lo si vede da come
fa il nido la ghiandaia
da come il ragno tesse il suo teorema
da come tu sei triste
e non sai perché. Noi
tutti, noi forse ritornati,
portiamo una mancanza
e ogni voce ha dentro una voce
sepolta, un lamentoso calco di suono
che un po’ si duole anche quando
canta. Te lo dico io
che ascolto
il tonfo della pigna e della ghianda
la lezione del vento
e il lamento della tua pena
col suo respiro ammucchiato sul cuscino
un canto incatenato che non esce.

Ascoltare ciò che manca.
L’intesa fra tutto ciò che tace.

(Mariangela Gualtieri, da Bestia di gioia)

Davide Profumo
Davide Profumo
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