la cultura che facciamo

 

Vi confesso che mi dà un sottile e inconfessabile piacere riaprire la mia inutile rubrica di viaggi per mare (raccontati da una finestra a forma circolare…) con un pezzo difficile come quello che ho appena scelto, di uno scrittore a mio parere sempre molto difficile (Nicola Lagioia): forse perché maturo ogni giorno di più la certezza che sia proprio nel «difficile» che è ancora possibile conquistarsi qualche scintilla del vero, o forse soltanto perché vi immagino tutti in vacanza, pronti a qualche divagazione facile e quindi, perdonatemi, mi diverto a regalarvi il contrario. Il pezzo di Lagioia si intitola Scrivere, pubblicare, ma è soprattutto un discorso (complesso, preparatevi) su cosa possa essere la cultura oggi e su come sia possibile fare cultura oggi. E non importa che si sia scrittori, o lettori, o librai, o semplici persone silenziose. È un pezzo che tra le sue prime righe dice così:

 

Temo che la cultura – una sorta di oppio della classe media – stia ricominciando a svolgere il ruolo che aveva nel Seicento manzoniano: da una parte uno strumento di dominio, di prevaricazione, e dall’altra la costellazione sotto cui va in scena una sorta di sottomissione involontaria. Con una differenza: pensate a Renzo Tramaglino che va dall’Azzeccagarbugli. Il personaggio manzoniano non possiede gli strumenti linguistici necessari a comprendere (o contrastare) chi amministra il potere e la giustizia. Il Renzo Tramaglino di oggi, al contrario, non è un analfabeta, e tuttavia rischia di esserlo ugualmente: molto spesso è un non-lettore che legge libri. Ha fatto le scuole superiori, ha frequentato l’università, guarda i talk-show politici, guarda “Report”, legge qualche quotidiano, addirittura legge qualche libro, di conseguenza è convinto di avere un’opinione su tutto; parla con disinvoltura dei meccanismi del potere senza rendersi conto che spesso è parlato dal potere che ritiene erroneamente altro da sé. È insomma convinto di sapere come va il mondo, dove va la politica, come funziona la giustizia, come vengono mossi i fili che reggono il paese. In più, questo strano personaggio non si limita a restarsene a casa in pantofole. Esce, ad esempio frequenta i festival, e infatti il gran successo dei festival letterari negli ultimi anni un po’ di sospetto dovrebbe destarlo: la gente, il ceto medio riflessivo, va non di rado a questi raduni per non avere il complesso della cultura…

 

Insomma, avete già capito: è un discorso lungo e importante, che proveremo a fare anche nei prossimi mesi. E poi, dato che è giusto riposarsi davvero e che le vacanze sono un diritto di tutti (anche vostro, insomma, non solo mio che le ho fatte per tutto il mese di luglio…), vi propongo anche un altro piccolo brano, che in fondo parla dello stesso argomento ma lo fa con toni assai più lievi e rapidi. Lo ha scritto il come sempre bravissimo blogger Smeriglia. È il mio secondo pezzo di bentornato, diretto a me e a voi; e inizia così:

 

Non appena il cosiddetto uomo della strada sente una qualche notizia di astronomia, subito si indigna: “perché buttare soldi in sonde spaziali e telescopi quando sulla Terra ci sono un sacco di problemi? Problemi come l’Africa, la disoccupazione, quel televisore da 46 pollici che starebbe così bene in soggiorno”. L’uomo della strada, contrariamente a quanto dice il nome, non sta solo in strada, ma lo si può trovare anche nei Tg, nei giornali o in quelle famose trasmissioni di denuncia del malaffare, quelle che quando non hanno un malaffare da denunciare se lo inventano. Invece che uomo della strada andrebbe chiamato uomo del dappertutto…

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Davide P.
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