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la colpa dell’ammalato

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Mi pare che possa essere utile argomento di riflessione, per voi cardiologi ma anche per i rari non cardiologi che di qui passassero, un doppio post che parla di ammalati, di malattia e di monasteri medievali.

Se non altro, perché ci costringe a un piccolo passo laterale, un guadagno minuscolo di prospettiva, di quelli che è così utile e così difficile fare, presi nel giro delle nostre quotidiane modalità predefinite: gli ospedali, questo voglio dire, non sono luoghi naturali. Una volta gli ospedali non c’erano; c’erano gli ammalati, c’erano le malattie, c’era la sofferenza (c’era il morire) e non c’erano gli ospedali. (Si soffriva dunque di più, si soffriva peggio, parere mio.) Abbiamo quindi inventato e costruito gli ospedali, li abbiamo organizzati, li abitiamo e li visitiamo: sono luoghi in cui incontriamo le nostre malattie, i nostri familiari ammalati, i medici e gli infermieri che li curano e si occupano di loro e di noi, dei nostri organi. Sono quindi luoghi di incontro e di sofferenza e di sollievo: e anche solo semplicemente per questo (perché vi incontriamo gli altri e vi incontriamo noi stessi) sono luoghi di cultura.

Ma il doppio post che parla di malattie e di monasteri (trovate qui la prima parte, qui la seconda parte) dice ben altro e ben di più. Dice che anche i modi di pensare la malattia cambiano secondo il tempo e lo spazio, che anche quelli sono una nostra invenzione culturale. Dice per esempio che la malattia, in un monastero in cui le giornate dovevano essere interamente dedicate al lavoro e alla preghiera (cioè a Dio), poteva essere una colpa, una deviazione. Leggete qui, per esempio:

L’asse portante della questione è il fatto che il monaco malato, che si sente malato, «non può stare con gli altri, non può fare quello che gli altri fanno regolarmente», dunque è anzitutto peccatore nei confronti della comunità. (Non va peraltro dimenticato che lo stesso Benedetto, per contrasto, fa un larghissimo uso di metafore mediche quando affronta il tema delle colpe e della loro correzione.) Il processo della malattia comincia così con l’ammissione di questa colpa al cospetto del capitolo: «Sono malato, e non posso seguire la comunità».

Ma ancora più interessante (e volevo scrivere «stupefacente, ma non ho osato) è che questa colpa finiva per prevedere un vero e proprio percorso di espiazione, con un suo rito e una sua formula, questa:

«Abbiamo mangiato, bevuto e dormito più di quanto abbia preteso la necessità, e tutto abbiamo fatto intempestivamente. Non abbiamo custodito il silenzio, ci siamo abbandonati al riso e alle parole inutili. Abbiamo mosso all’ira il fratello che devotamente ci ha servito con gli aiutanti, ma in tutto peggio di questo, abbiamo mormorato contro di lui».

Insomma, è un post che stupisce, questo, e fa molto riflettere su quanto ci sia, nel nostro pensare la malattia e nel nostro pensarci ammalati e forse anche nel vostro (di cardiologi) vederci ammalati, di costruzione e conquista culturale, e quanto poco di natura e di normalità. E quindi vi potrà far riflettere su quanto il vostro mestiere di cardiologi sia un mestiere che prevede una «cultura», in senso lato e forse non soltanto, la vostra cultura, di medici e di uomini, un’arte dell’incontro e della parola (non abbiamo custodito il silenzio, dice la formula), un fare comunità (sto esagerando…? Il fratello che … ci ha servito, dice la formula) che si interroga sotto uno stesso tetto, quello di «una specie di casa di salute».

Davide Profumo
Davide Profumo
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