la città di cui parliamo

A metà circa di uno dei più bei libri di Italo Calvino, Le città invisibili, il Kan chiede al suo interlocutore Marco Polo, perché parli di tante e tante città senza mai nominare la sua, che è Venezia. Marco Polo sorride; e poi dice: «E di che altro credevi che ti parlassi?» E poi aggiunge: «Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia».

 

Ecco, a me spesso viene l’irrazionale e disperata tentazione di pensare che la letteratura sia questo: parlare di tanti luoghi (letterari…) per non parlare dell’unico che ci manca davvero e che non abbiamo trovato e neppure troveremo; e alla fine aver parlato solo di quel luogo senza forse averlo nominato mai.

 

E, anche se non si tratta di letteratura ma per lo più di giornalismo o di rete internet o di altro ancora che non so definire, anch’io oggi ho la sensazione di avere scelto di parlarvi di alcuni luoghi solo per non parlarvi dell’unico luogo a cui davvero penso in questo giorni, che è anche il luogo a cui pensate voi: che è naturalmente Parigi.

 

Il primo consiglio di lettura, quindi, racconta di un luogo all’apparenza lontano da noi, New York. E di una storia di fotografie davvero singolare, che tiene insieme persone comuni, viaggi in metropolitana e libri. È una storia molto bella, a mio parere. La descrive Francesco Cundari sul suo blog personale (lui stesso avvicinandola a Parigi, peraltro) e mi piace segnalarvela e presentarvene un brano (seguite il link e, se mi assomigliate un po’, sorriderete quasi sereni, anche in giorni come questi, per la candida bellezza di certe recensioni):

 

proprio questo è il momento più giusto per raccontare una storia di vita newyorchese che a prima vista non c’entra nulla con tutto quello che abbiamo appena detto: la storia di un sito internet e di una giovane fotografa, tedesca, residente in America da quattordici anni e a New York dal 2013. Poco dopo essersi trasferita, Uli Beutter Cohen ha messo online la più singolare rassegna letteraria che ci sia mai capitato di incontrare, la Subway Book Review (http://www.subwaybookreview.com). Vale a dire, come recita il sottotitolo, «recensioni di libri con sonosciuti in metropolitana».

 

Il secondo link riguarda invece Trieste. La quale ci racconta la bellissima storia di un medico, Franco Basaglia, che ha davvero cambiato il nostro rapporto con il «diverso» una volta per sempre. Vi si parla anche di un libro e si dice che è pure il più bel libro dell’anno. E visto che a dirlo è Marino Sinibaldi, io sarei quasi tentato di crederci. Provate a leggere l’articolo e forse verrà anche a voi la voglia di comprarvi il libro:

 

Un giorno, alla metà degli anni Ottanta, una signora triestina che cerca una casa con giardino nella parte alta della città varca un portone un tempo serrato e scopre che quei ventidue ettari sono il famigerato Ospedale psichiatrico provinciale (Opp), ora un ex manicomio con edifici invasi dai rovi, ma anche altri riconvertiti e animati, circondati da un gigantesco, magnifico roseto. Non tutte le mura sono intatte perché, sembra, si dovette abbatterne una parte per fare uscire, un domenica di marzo del 1973, il più famoso manufatto mai emerso da un nosocomio, ossia il gigantesco cavallo azzurro in legno e cartapesta confidenzialmente ribattezzato Marco Cavallo: la sua dismisura era, chissà quanto casualmente, impossibile da contenere dentro le mura che dovevano custodire la malattia mentale.

 

Non è difficile capire, invece, perché Molenbeek abbia oggi a che fare con Parigi. E però è interessante leggere di questo grosso quartiere musulmano incastrato dentro la capitale belga, ed è per esempio molto istruttivo sapere che si trova a poco più di dieci minuti di cammino dalla Grand Place, tanto per dire. Ed è dunque anch’esso un luogo di cui, soprattutto oggi, non possiamo fare a meno di interessarci:

 

A Molenbeek ci sono 22 moschee, attorno alle quali si raccoglie la numerosa comunità musulmana locale. Il vice-sindaco di Molenbeek, Ahmed el Khannouss, ha detto al Guardian che i gruppi di salafiti più radicali e le reti per il reclutamento per i nuovi combattenti del jihad, la guerra santa, si sono sviluppati soprattutto in luoghi di incontri e di preghiera clandestini, spesso nei salotti di case e appartamenti. In un certo senso si può dire che ci siano tre Molenbeek: quella dei grandi viali, dove ci sono file di case basse abitate dalla media borghesia; quella delle case mono-familiari dove la qualità della vita è comunque abbastanza alta; e poi quella del quartiere arabo, che si trova attorno a Chaussée de Gand. Qui la maggior parte delle donne porta il velo e i clienti dei negozi locali di origine belga sono molto rari.

 

Poi, per finire, un luogo che è solo ed esclusivamente allegorico (e che infatti ha un nome di donna, come tutte le città invisibili del racconto di Marco Polo nel libro di Calvino) (e che mi ricorda quel film di Wim Wenders in cui si nominava continuamente Parigi, naturalmente) (ed è, essendo quasi solo allegorico, anche il più bello di tutti, naturalmente). È un luogo lontanissimo e sperduto, nel deserto del Texas, in una regione in cui non abita quasi più nessuno. Ed è davvero un non-luogo, questo, o un’utopia o qualcosa di ancora più strano e indecifrabile. Un’opera d’arte, forse: lo dicono alcuni. Un punto di domanda, secondo me. Di una domanda a cui non abbiamo ancora risposto, sempre secondo me. Eccolo:

 

I tratti particolari di Marfa, Texas, iniziano dal nome. Nessuno sa da dove venga, e le due ipotesi più in voga sono suggestive quasi allo stesso modo: potrebbe essere la Marfa dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij, o la Marfa Strogoff dal Michel Strogoff di Verne. Comunque sia: un paese con un nome di donna, russo, in Texas, poco distante dal Messico e immerso nel deserto del Chihuahua, circondato da toponimi così diversi: Fort Davis, Marathon, Fort Stockton, oppure Plata, El Comedor, Ruidosa. Nei dintorni di Marfa, ormai soltanto millenovecento abitanti, demografia in picchiata costante, sorge una delle opere d’arte più bizzarre e originali, non soltanto come concetto: come destino, soprattutto.

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Davide P.
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