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la chiave che non abbiamo buttato

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“In carcere si aspetta sempre qualcosa, il medico, l’agente, l’educatore, il volontario, il pasto, la messa, una lettera. Nella mia sezione ci sono molte persone che passano le giornate sedute di fronte al cancello, se dovessi chiedergli cosa stanno aspettando mi risponderebbero che non lo sanno, oppure risponderebbero, ‘qualche novità’. Voi lo sapete cosa farete tra un anno? Tra quattro mesi? Tra sette anni e un giorno? Non lo sapete. Io so cosa farò ogni giorno della mia vita, per i prossimi vent’anni”.

 

Da qualche giorno, c’è una storia bellissima da leggere in rete. L’ha scritta Giuseppe Rizzo ed è la storia (o meglio: è un pezzo minuscolo della lunghissima storia) di Lorenzo Sciacca, che era un ragazzino di Catania che fu arrestato per rapina nel 1990 e che da quel giorno ha vissuto molta parte dei suoi anni in carcere, vedendo l’Italia che cambiava dalle sbarre della sua finestra, dall’osservatorio escluso di una gabbia, mentre qua fuori noi ci preoccupavamo sempre di più della nostra «sicurezza» e mentre alcuni di noi (e non i migliori, credo) ripetevano che in fondo quello che sarebbe bastato era «chiuderli dentro e buttare via la chiave».

 

Ecco, la storia di Lorenzo Sciacca è molto bella, per tante ragioni. Ma è anche piuttosto brutta, per altre ragioni, che riguardano noi e il mondo che abbiamo costruito negli ultimi vent’anni. Perché la sua storia è costruita insieme ai dati che ci raccontano una realtà fata di tantissime sbarre e gabbie, un mondo di prigioni sempre più piene di gente, una nazione in cui i carcerati rappresentano una delle cinquanta città più grandi del territorio. Ed è perciò una nazione ben difficile da comprendere… Penso quindi che sia questa l’unica lettura che valga la pena di segnalarvi oggi, senza aggiungere nient’altro. Anzi, ve ne riporto un altro estratto, sperando che, se non il primo, almeno questo link vi faccia venire voglia di dedicare dieci minuti della vostra giornata a questa storia così terribilmente reale e così stupendamente allegorica, come tutte le storie che valgono la pena di essere ricordate:

 

“Il Beccaria di Milano era un posto violentissimo, ma per me fu una nave scuola, è lì che imparo a odiare lo stato e decido cosa sarei diventato: avrei fatto il rapinatore di banche, come mio padre”, racconta Sciacca. Il ragazzo si ritrova di nuovo a Milano, dove era nato e aveva vissuto fino a dieci anni. La madre si era trasferita da Catania perché il padre era stato arrestato e portato a San Vittore. “L’ho conosciuto in galera. Con mamma vivevamo in un palazzone in periferia abitato da piccoli delinquenti e mogli che aspettavano i mariti incarcerati”.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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