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la campagna circostante

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Di tutte le cose che ho letto (anzi non letto, ma più propriamente “visto”) in questo mese di (mia) assenza dal web, ecco, questa che vi sto per segnalare oggi è stata senz’altro quella che mi ha più impressionato. Perché dice la più banale delle verità, la verità che ci viene facile dimenticare o trascurare o fingere (per paura nostra) di non sapere. E cioè che nessuno si sente “cattivo”, mai; che nessuno pensa di avere torto e di essere un mostro, mai; che nessuno di quelli ch enoi oggi riteniamo chiaramente indubbiamente e terribilmente “cattivi” pensava di esserlo, mai; e che nessuno ride sguaiatamente (come nei brutti film) pensando al male che sta facendo agli altri, perché tutti invece pensano al bene che stanno facendo a se stessi e ai pochi che li circondano e che amano o di cui si curano; e che tutti pensano che i cattivi siano gli altri; e che tutti, in qualsiasi occasione, pensiamo attraverso il filtro della retorica che ci domina e che è così difficile da riconoscere (è “l’acqua” del nostro acquario avrebbe probabilmente detto il migliore di noi) e che quel filtro spesso ci impedisce, penso io, di mettere a fuoco il valore delle nostre azioni, il loro bene e il loro male, e che i cattivi erano come noi, si prendevano delle pause, sorridevano, facevano grigliate in compagnia, cantavano canzoni e amavano raccogliere i mirtilli nella campagna circostante… Che era circostante ad Auschwitz, ma questo loro non avevano avuto il coraggio di saperlo.

 

[Le fotografie sono belle per quello, secondo me – mentre il testo è piuttosto inutile. Perché ci dicono che non sapevano cosa erano quei mostri; alcune erano ragazze, niente di più, pensavano di fare il loro lavoro, oppure chissà cosa pensavano, forse a niente, come pensiamo noi, tornavano a casa e baciavano i loro bambini, come noi baciamo i nostri… E sono fotografie abbastanza terribili, proprio per questo.]

 

Ma ecco, proprio perché esiste un coraggio (e una lucidità) anche nel sapere le cose, non vi saranno forse inutili altri due brevi articoli che parlano di cosa sia la letteratura nei decenni che viviamo e del ruolo che essa ha o può avere (essa letteratura, che è uno dei modi che abbiamo di «sapere» il mondo, in effetti). Il primo, brevissimo, lo ha scritto Paolo Di Stefano e parte dalla banale domanda «Cosa resterà della letteratura?» di questi anni; la risposta non è confortante, sappiatelo. Ma il secondo, che è bellissimo, risponde in modo assai più articolato a quella domanda (e promette anche di portare avanti il discorso nelle prossime settimane, e siamo curiosi). Lo ha scritto Gianluigi Simonetti, merita attenzione e arriva (parlando anche lui, in qualche modo, di paesaggio circostante) a dire così:

 

Quanto all’uso, se è vero che la letteratura in senso forte è sempre stata una miscela di piacere e di scoperta, è altrettanto vero che oggi la letteratura in generale è sempre meno socialmente intesa come esplorazione dell’ignoto. Ogni vera conoscenza artistica presupponeva, «una volta», una certa dose di rischio intellettuale: non c’è autentica cultura senza un po’ di silenzio, di sorpresa, forse di scarnificazione. E invece la letteratura contemporanea rischia di diventare, per milioni di lettori, niente più che la conferma conformista e rumorosa di una cosa che più o meno si sa già. Così la lettura si riduce a passatempo intelligente – meno tecnologico e versatile di altri passatempi, ma più blasonato (perché capace di farci sentire più maturi, più buoni, più rispettabili socialmente).

Davide Profumo
Davide Profumo
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