NAO e rischio di emorragie gastrointestinali: un paradigma da ridiscutere?
2 novembre, 2015
bruce proust
3 novembre, 2015

Joshua Lederberg (1925-2008)

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Le teorie del premio Nobel per la medicina del 1958, il bio­logo Joshua Lederberg, rimangono attuali. Questo studioso ha richiamato l’attenzione sull’importanza dell’interazione tra ospite e agente infettante come occasione evolutiva. A suo avvi­so non erano tanto i batteri ad essere coinvolti in questa dina­mica, quanto i virus, capaci di infettare le cellule degli organi­smi multicellulari e di lasciare dei ricordi del loro passaggio sotto forma di piccole sequenze aliene inserite nel DNA e RNA della specie infettata.

Le piccole sequenze di DNA o RNA inglobate nel codice genetico dell’ospite dopo l’infezione virale sarebbero state capaci di promuovere una forma di evoluzione adattativa dell’intero organismo all’ambiente, stimolando e indirizzando sia la risposta immunitaria, che la morfologia dei singoli organi e la loro stessa capacità di adattamento funziona­le.

La popolazione contemporanea dell’Europa occidentale e quindi buona parte di quella mondiale, che da essa discende dopo l’epoca delle grandi scoperte geografiche del XVI e XVII secolo, prende origine dai sopravvissuti alle grandi epidemie di peste successive al 1347. Ne consegue come le epidemie non esercitino una selezione solo da un punto di vista quantitativo e casuale, ma lasciano dietro di sé ricordi e tracce genetiche del loro passaggio destinate ad essere trasmesse ai figli dei soprav­vissuti e a tutta la loro discendenza. L’itinerario evoluzionistico procederebbe quindi con brusche deviazioni e improvvise inter­ruzioni, a volte conseguenti ad eventi catastrofici imprevedibili come una pandemia o un cataclisma. Avremo così un’evoluzione irregolare, piuttosto che l’esito di un lento pro­cesso di rimaneggiamento.

La strategia medica di contrasto alle malattie infettive dovrebbe prendere atto di questa possibilità e della necessità di dover sorvegliare il processo di interazione biologica e genetica tra le diverse specie, invece di pensare ad annientare completamente un microorganismo considerato dannoso. L’unico agente infettivo di cui l’umanità si vanti di aver causato l’estinzione rimane il virus del vaiolo, anche se ci si è premuniti di conservarne delle culture o la memoria della struttura genica in laboratorio, preoccupati dalle conseguenze di eventuali attacchi militari o terroristici con armi biologiche portatrici di questo virus letale. Per tutte le altre malattie da parassiti, batteriche e virali, le cose sono andate diversamente. Pensiamo alla spiacevole capacità di sviluppare resistenza nei confronti degli antibiotici e dei chemioterapici e di trasmettere questa specificità attraverso le successive generazioni di batteri e virus mutati in modo favorevole verso una maggiore capacità di sopravvivenza. Appare necessario evitare ogni trionfalismo ed eccessiva sicurezza nell’affrontare le malattie infettive.

Gli uomini e le forme di vita microscopiche convivono in una forma di competizione adattativa sulla superficie di questo pia­neta ed a nessuna di queste due entità sarà mai dato di prevale­re completamente sull’altra. Non si tratta solo di un rapporto di tipo competitivo. Pensiamo ai batteri simbionti, che si sono adattati a vivere insieme agli esseri viventi multicellulari, sia ani­mali che vegetali, cui forniscono attività enzimatiche e biochi­miche utili alla loro esistenza ricevono in cambio ospitalità in un distretto dell’organismo deputato al loro sostentamento.

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