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ingredienti e letteratura

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Un mio ex studente, che si è laureato in letteratura, ora fa il cuoco (è bravissimo). A chi gli chiede come mai, lui che ha studiato letteratura, faccia il cuoco, lui risponde così: «Perché ho studiato letteratura».

Il cibo, volevo insomma dirvi, non è solo se stesso, non è soltanto cibo. E nel piatto mettiamo quello che siamo e che siamo stati, la nostra curiosità, a volte il nostro provincialismo, gli incontri che abbiamo fatto, la memoria dei luoghi che abbiamo amato. E poi anche la storia: quella di chi ha mangiato e viaggiato e desiderato di mangiare prima di noi, quella di chi non abbiamo mai conosciuto ma sulle cui tracce viaggiamo e vediamo luoghi e incontriamo persone. E quindi anche un bel po’ di letteratura.

Mi pare che tutta questa idea di cibo emerga assai bene dalle domande con cui Antonio Pascale ha costruito la sua intervista ad Alberto Grandi, autore di interessanti libri sull’alimentazione. Prendete questa doppia risposta, per esempio:

 … la grande varietà di piatti che registriamo oggi è sicuramente figlia del benessere raggiunto nel secondo dopoguerra, fino a quel momento gli italiani hanno mangiato poco, male e in maniera monotona (basti pensare alla diffusione della pellagra in tutto il nord Italia).

Quelli che si potevano permettere di mangiare tanto e bene, di solito imitavano la cucina francese. Un certo nazionalismo gastronomico inizia a manifestarsi verso la fine dell’800, ma proprio come reazione all’egemonia francese, non a caso un campione della cucina italiana come Pellegrino Artusi, dice esplicitamente che noi italiani a tavola dovremmo prendere esempio da inglesi e tedeschi, cose che oggi considereremmo delle vere e proprie bestemmie, ma che circa cento anni fa erano considerate ovvie.

E poi anche questa, sul tema dell’identità nazionale in cucina e sull’inevitabile tentazione del “gastrosovranismo” che ogni tanto ci prende:

In fondo l’identità nazionale passa anche dalla cucina, è sempre stato così e non solo in Italia, ma appunto la cucina, come l’identità di un popolo, è in costante divenire. Oggi invece quello che tu chiami gastrosovranismo vorrebbe cristallizzare la cucina italiana e con essa la nostra identità culturale.

Oggi prevale la pretesa assurda di stabilire una volta per sempre la ricetta vera, unica e immutabile dell’amatriciana, dei tortellini alla bolognese, della pizza napoletana e così via. Ma è assurdo. In un recente libro “Il mito delle origini”, Massimo Montanari, che è probabilmente il maggiore storico dell’alimentazione in Italia, dimostra come un piatto simbolo della cucina italiana come gli spaghetti al pomodoro, nella loro assoluta semplicità siano un esempio di contaminazione e di continua evoluzione dal medioevo ai giorni nostri.

Prendete molte delle cose che Grandi dice in questa intervista (tra cui anche quella sull’origine della pizza margherita, ahimè, che non è quella che tutti pensavamo) e avrete un piccolo spaccato di quello che siamo stati e che siamo, riassunto negli ingredienti apparentemente più banali dei nostri piatti.

Che è la stessa cosa che accade ai piatti altrui, per fortuna. Per esempio è accaduto al gazpacho spagnolo, se vi interessa: che non sarà letteratura, ma è sicuramente storia del cinema, quello di Pedro Almodóvar per esempio (leggete qui), e quindi è comunque cultura e identità nazionale e storia popolare.

E quindi, visto che anch’io, come il mio ex studente che adesso fa il cuoco, tanti anni fa ho studiato letteratura, ora mi metto le scarpe ed esco; e vado dal pasticciere che sta qui vicino e mi faccio preparare un cannolo di ricotta da mangiare su una panchina, in centro, mentre leggo un libro che mi sono portato da casa e guardo la gente passare distratta e lamentarsi del vento. Non so se sufficiente a far letteratura (ma ho la tentazione di pensarlo, ve l’ho già detto); però che siano ingredienti essenziali di una mia piccola felicità, su questo non ho molti dubbi.

Davide Profumo
Davide Profumo
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