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incontrare l’arte

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Dunque sedetevi, tirate un respiro forte, stamattina, e leggete il pezzo che ha scritto Filippo Belacchi pochi giorni fa per il sito Minima&Moralia. Se poi siete medici (come devo supporre, visto lo spazio virtuale in cui scrivo) tiratelo ancora più forte, questo respiro mattutino, perché non è solo un autoritratto, questo pezzo, non è solo l’autoritratto di un autoritratto, per così dire, ma è anche, in parte obliqua, un vostro ritratto, fatto bene, senza collera e senza lusinghe.

 

Filippo Belacchi ci spiega il ruolo dell’arte in un corridoio di un ospedale. Anzi di più: nel corridoio in cui ammalati gravi attendono una chemioterapia e una radioterapia. E c’è il malato che guarda prima delle fotografie un poco superflue e poi, invece, i grandi dipinti di grandissimi artisti riprodotti su quelle pareti illuminate dal neon; e l’arte, come per miracolo, schiude il suo prodigio e gli parla. Addirittura, starei per dire, l’arte gli spiega, gli dice dove sono, cosa fanno, perché lo fanno (no, il perché no, quello è troppo complicato, nemmeno l’arte lo sa).

 

Il racconto (direi infatti che si tratta proprio di racconto) comincia così con alcune fotografie che sembrano quasi crudeli:

 

Oggi risonanza presso una clinica privata. Ormai sono abituato a vedere posti del genere. Assomigliano agli ospedali, anche se questo, molto attrezzato, si trova in un grande appartamento (primo piano e seminterrato) di un palazzo a ridosso del centro. Le foto lungo i corridoi, per esempio, ci sono sempre. Fatte da impiegati o medici durante le vacanze. Per lo più sono foto di safari, jeep nel deserto contro un cielo azzurro. Oppure speroni di roccia che emergono da un mare turchese. Caraibi e l’azzurro che domina. Credo che l’intento sia distogliere la mente dei pazienti dalle preoccupazioni e aprire una finestra da cui possano evadere. Ho alzato la testa al soffitto, gelide luci al neon dalla obsoleta forma quadrata. O forse quelle foto vorrebbero suscitare invidia in chi le guarda, far dire: che bello poter essere là, distesi sulla sabbia bianca, lontano da tutto.

 

Ma poi va avanti, le fotografie diventano opere d’arte, la situazione muta e si trasforma, lo sguardo del dolore trova altri sguardi alle pareti, altri dolori, altre ferite al corpo, lo sguardo interpreta e vede un sollievo, vede una strada, c’era una terribile solitudine in quei corridoi e a un certo punto sembra non esserci più… È un bel pezzo, secondo me, che mi pare degno di esser letto fino alla fine. E ci dice cose sull’arte e sulla malattia che sono difficili da dire in altro modo, che io non so dire in altro modo. E dunque vi lascio alle parole di Filippo Belacchi, non aggiungo altro, è giusto così.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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