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inclinare la testa

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Tradurre dal latino, per me che ero uno studente di liceo senza né genitori né parenti liceali e che quindi mi sentivo un po’ isolato a fare un qualcosa che non apparteneva per nulla alla mia vita familiare, tradurre dal latino per me significava spesso inclinare la testa. Non so perché lo facevo, ma lo facevo davvero, sempre, ogni volta che la frase «non mi veniva» e mi chiedevo chi me lo avesse fatto fare di iscrivermi al liceo, contro la volontà di mio padre che mi voleva perito chimico.

 

In difficoltà con il latino, io da ragazzo inclinavo quindi la testa. Fissavo le righe scritte in quella lingua morta e poi le osservavo sempre più di sbieco, sempre inclinando la testa un po’ di più, quasi fino a non poterle più leggerle, come se lo sguardo corresse parallelo ai segni alfabetici… Non mi chiedete come mai, ma questo mi aiutava spesso a capire quello che prima non avevo capito. E la traduzione quasi per incanto cominciava a venirmi facilmente, riprendeva a scorrere, ritrovava il suo filo di Arianna perduto. E un po’ ero di nuovo contento di avere fatto il liceo.

 

Quel gesto, lo ammetto, è ancora un mio gesto. Non che io lo compia spesso, in effetti, non dal punto di vista fisico almeno (la cervicale, l’età, i dolori, lo sapete…); però mi rimane ancora oggi l’idea che, a guardarle un po’ di sbieco, le cose forse si possano capire meglio, o di più, o semplicemente si possa capire quel dettaglio che mancava alla nostra comprensione, che le farà scorrere di nuovo, e ci farà ripartire.

 

E ci sono stati due post, in questi giorni sul web, che mi sono sembrati dei post che inclinano un po’ la testa, che non si limitano a guardare un problema di fronte, perpendicolarmente, ma lo sbirciano da un lato strano, un po’ di sbieco, piegando lo sguardo fin quasi a non vederlo più. Per vederlo meglio.

 

Il primo post lo ha scritto Galatea Vaglio e parla di scuola. So che un argomento un po’ noioso, per voi che arrivate qui la domenica mattina e avreste voglia di tutt’altro (se siete studenti, ovviamente; se siete genitori di studenti, ancora più ovviamente; se siete insegnanti, figuriamoci). E dice, questo post, che forse dovremmo recuperare una pratica considerata desueta e provare a ridarle fiato e importanza; perché le altre funzionano meno e male, perché forse le soluzioni che avevamo dato al problema erano proprio una parte del problema (e così è, a mio parere). Galatea ci parla quindi del riassunto e inizia così:

 

Ci sono molti modi per capire se un percorso di studi ha avuto successo. Uno dei criteri per capirlo è verificare se chi lo ha compiuto è in grado di comprendere correttamente un testo. In Italia da qualche anno il problema dell’analfabetismo funzionale è gravissimo. Abbiamo quasi una metà della popolazione (secondo le stime famose di De Mauro) che non capisce assolutamente nulla nemmeno di un testo semplice, un bugiardino delle medicine, il libretto di istruzioni di una lavatrice. Figuriamoci cosa può capire di un dotto articolo sulla riforma della Costituzione o sul problema del riscaldamento globale. L’analfabeta funzionale sa leggere e scrivere, ma resta indifeso nei confronti della vita. Banalmente non capisce nulla, anche se mette in fila in maniera corretta lettere e riesce a leggere le parole. La cosa assurda è che può avere (anzi spesso ha) un titolo di studio, un diploma, persino alle volte una laurea. Questa cosa sembra un inspiegabile paradosso, un bug incomprensibile del sistema. Invece si spiega facilmente: l’analfabeta funzionale è chi non ha mai imparato a fare un banale riassunto.

 

Ma, sempre a proposito di letture e di lettori, c’è anche un altro post che mi ha molto colpito in questi giorni. Lo ha scritto Andrea Coccia e parla della cosiddetta «crisi dell’editoria» che viviamo in Italia: nessuno legge più, i libri sono abbandonati sugli scaffali, i tempi stanno cambiando, le persone non si concentrano più, dove andremo a finire signoramia. Ecco, la prospettiva di Coccia è un po’ diversa, per fortuna, e propone un dettaglio che anche in questa minima sede abbiamo più volte provato a far notare. Che i lettori (forse) diminuiscono, ma soprattutto che sono i libri ad aumentare. E che non è affatto detto che le due cose siano scollegate, anzi; perché è invece probabile che siano assai legate l’una all’altra. Leggete l’articolo di Coccia, insomma. A un certo punto vi imbatterete in questa considerazione:

 

In quarant’anni circa, a lettori grosso modo stabili, abbiamo assistito a un aumento della produzione di circa il 600 per cento, un aumento che, nel solo campo della narrativa, è di circa il 1800 per cento. Ovvero, se fino agli anni Ottanta per ogni lettore uscivano circa 3 libri all’anno, ora ne escono 10. Una vera e propria marea di carta che viene rovesciata nel mercato, un mercato che però non si è allargato, è rimasto più o meno della stessa grandezza. Le conseguenza sono molteplici: più libri vuol dire meno tempo per sceglierli, lavorarli e promuoverli. Ma anche meno tempo a disposizione di ogni libro per trovare i propri lettori. Il risultato? Abbassamento della qualità, crollo del tempo di permanenza sullo scaffale, ridotto a volte a poche settimane, vendite medie sempre più basse. Negli ultimi dieci anni l’industria editoriale ha chiamato tutto ciò “Crisi dell’editoria”, dando la responsabilità ai lettori.

 

E poi basta, però. Oggi è domenica di sole e va fissata perpendicolarmente, senza esitazioni, senza più piegare il collo. Il quale, dopo tanti anni, ha anche cominciato a cedere e chiede pietà. E forse, tutto sommato, fare il liceo… Vabbè dai, di questo un’altra volta.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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4 Comments

  1. Mattia ha detto:

    La quantità di pubblicazioni e la relativa urgenza di un’«ecologia letteraria» sono argomenti in parte affrontati anche da Ferroni in Dopo la fine. Una letteratura possibile (Donzelli 2010): «L’unico esito davvero resistente di questa profilerazione quantitativa è l’intasamento e l’inquinamento: anche la letteratura, ciò che di essa permane, è presa nel circolo generale dell’inflazione dell’informazione e della comunicazione […], che riduce sempre più la possibilità di capire ciò che ci sta intorno, di vivere esistenze libere e autentiche» (p. 171). La discussione e, in particolare, le possibili soluzioni sono comunque argomenti veramente molto interessanti e complessi. A proposito di latino e traduzioni, invece, è cosa davvero molto bella quella di inclinare la testa. Ricordo anche, però, che il mio insegnante del biennio, una delle prime lezioni, ci disse pure di imprecare, qualora fossimo stati in difficoltà. Magari le due azioni, l’imprecare e l’inclinare la testa, sono complementari: l’una libera la mente, l’altra le permette di assumere un nuovo punto di vista 😉
    Grazie per gli spunti, prof, e buona domenica.

    • Davide Profumo Davide Profumo ha detto:

      Ricordo di aver letto il pamphlet di Ferroni che citi qualche anno fa, ma non ricordo il passaggio a cui fai riferimento: credo che anche questo abbia a che fare con l’intasamento (il mio, in questo caso 😉 ). Però il tuo prof del biennio aveva le sue ragioni: imprecare, quando sia fatto sottovoce e con sincera passione, aiuta sempre. Buona domenica anche a te, Mattia.

  2. .mau. ha detto:

    Presente (anche se scrivo saggistica e non narrativa).
    In realtà nell’analisi di Coccia manca un punto a mio parere fondamentale: la lunghezza media di un testo. Ci sono sempre libroni da centinaia di pagine, se non addirittura un migliaio: ma la mia sensazione è che con l’avvento degli ebook siano entrati nel mercato libri molto più brevi di una volta, e quindi l’ipertrofia della produzione è almeno in parte assorbibile dai lettori (occhei, lettori che poi hanno meno tempo per leggere libri perché commentano sui blog 🙂 )
    Comunque sì, è vero: le case editrici, almeno nella mia minuscola esperienza, sfornano opere troppo in fretta.

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