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incanto e fetore

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Venezia che muore. Così comincio quando penso a Venezia e così mi metto a mezzavoce a sussurrare, Venezia che muore, canto piano, arrivo ai versi in cui si dice della rabbia di porto Marghera, e che San Marco è senz’altro anche il nome di una pizzeria, e la gondola e il giro di giostra, e il resto del mondo che non sai più una sega e la gente che se ne frega…  E però, ci arrivo finalmente,  Venezia è anche un sogno, un dolore al livello del mare…

Per questo, per tutte queste cose che Venezia è, anche vista da così lontano, anche soltanto in come la immaginiamo (anzi proprio e soprattutto per come da lontano la sappiamo immaginare), fragilità e forza, passato e futuro, bellezza e fastidio, incanto e fetore, per tutto questo ho pensato che era brutto non aver parlato di Venezia, in questa settimana di acque alte, non aver trovato o cercato nulla che dicesse questa città, questo sogno facile facile che si può comperare, questo incanto devastato, questa eterna immaginazione della bellezza al livello del mare.

Finché ho trovato la cosa che mi piaceva (è questa, la trovate qui anche voi). Mi piaceva perché era senza retorica, senza librerie miracolose, senza pizzerie, senza lacrime facili. L’hanno scritta, questa cosa che mi è piaciuta, Anna Toscano e Gianni Montieri, un paragrafo a testa, alternando i loro punti di vista, simili eppure diversi, hanno raccontato il loro sguardo sull’acqua, è passato quasi una settimana ma ho sentito che anche stanotte c’è stata acqua alta, li ho pensati, ho deciso di rileggere le loro parole. Hanno detto per esempio così:

Anna mi aveva raccontato al telefono l’acqua alta eccezionale del 2008, un racconto che pareva arrivare da fuori dal tempo e invece era appena accaduto. Ho vissuto qualche acqua alta di quelle gestibili, la prima volta che ho messo gli stivali e non ci sapevo camminare, sollevavo e facevo fatica, ma il piede dentro l’acqua lo si deve trascinare, come per stanchezza. Una volta ne abbiamo vissuta una a sorpresa nel giorno di un mio compleanno, a maggio, che non è un mese da alta marea. Siamo affondati nell’acqua uscendo da un ristorante. La prima acqua alta da residente è stata quella del 31 ottobre dello scorso anno e ancora ne avverto lo stupore e la paura. L’acqua saliva e non si fermava, Anna era sola in casa e non ci potevo tornare, l’acqua era troppo alta, un’angoscia di telefonate, bollettini meteo, previsioni di marea aggiornate. L’acqua non scendeva, poi è scesa un pochino e sono potuto tornare. C’era acqua ovunque ed era il nostro specchio, il fiume dentro casa, il nemico da scacciare. I cani al riparo sulle poltrone, noi con i moci e con i secchi a svuotare casa. Abbiamo imparato a sessolare, con paletta e bacinella come si fa sulle barche. E la casa pareva una barca scassata ma comunque splendida.

È un bel modo di raccontare, secondo me. Più di ogni lamento, racconta un modo di vivere una città che è assai di più di una città. Ed è per questo che, io credo, continuiamo a immaginarcela, decennio dopo decennio, senza vergogna, senza saperne fare a meno. Non ci immaginiamo un luogo abitato da persone ma un luogo di fantasmi, un luogo letterario: e non c’è fetore né pizzeria né merda di cane, mi sembra, che bastino a smettere questo nostro sogno. Ed è bene così, provo a consolarmi.

 

Davide Profumo
Davide Profumo
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