In lentissimo viaggio

La letteratura, come la medicina, non sta ferma. La letteratura segue le sue strade e cammina, a volte mano nella mano con la critica letteraria, altre volte per suo conto come se fosse un’esploratrice d’altri tempi, in altri casi lasciandosi addirittura guidare dalla politica,o dall’arte, o anche dalla scienza e dallo sport.

E in questi giorni mi è sembrato che il web abbia offerto alcune prove interessanti di quello che avviene alla letteratura nel suo movimento impercettibile, anche quando a noi pare che stia ferma. Mi piacerebbe dirvi che è, per esempio, di facilissima leggibilità l’interpretazione di un sonetto di Petrarca offerta da Remo Cesarani a partire dalla teoria dei nuroni-specchio: ma non lo è, non è facile. Però, se vi capitasse di avere un quarto d’ora, potrebbe anche essere una suggestiva scoperta.

Mentre senz’altro più agevole e godibile è invece vedere come come due grandissimi scrittori contemporanei (Auster, di cui non posso che citare la notissima Trilogia di New York; e Coetzee, di cui ho amato tantissimo il romanzo Vergogna) parlino di tennis e in particolare di Roger Federer in una serie di lettere private appena date alle stampe (ma mi viene in mente che sul tennis – e sullo sport dell’inizio di questo millennio – resta forse insuperato il breve saggio Come Tracy Austin mi ha spezzato il cuore di David Foster Wallace, che si trova in questo pungente libro qui).

Ma poi c’è anche la politica, che è spesso analisi del reale e sociologia e cronaca che si fa storia. E dalla politica parte il nuovo romanzo di Luca Rastello (non l’ho ancora letto, ve lo confesso; ma ho molto apprezzato negli anni scorsi due suoi libri, che ancora reputo importanti: La guerra in casa e La frontiera addosso): romanzo che, a leggere le migliori recensioni, si mescola con la denuncia e il disvelamento, incrinando, almeno in qualche punto, la retorica dei «buoni» che ci circonda.

Ma non basta. Perché a volte non occorre nemmeno leggere un libro, a volte bastano una pagina o una schermata sul web. Ed è il caso, secondo me, delle emozionate ed emozionanti righe scritte da Eloisa Del Giudice sulla parola portoghese Saudade: che è traducibile, come scrive lei, ma in fondo in fondo non lo è, come scrive lei:

 

  • Il brasiliano esperisce completamente la sua saudade nel momento in cui la uccide, nel momento in cui si ricongiunge con l’oggetto della o delle sue nostalgie (a seconda della posologia di ciascuno). Là dove noi annulliamo ogni dolore, ogni attesa, ed era tutto come prima, e sembrava ieri, e tutti questi mesi sono passati in un secondo, è stata dura ma ne è valsa la pena, il lusofono dà un ultimo, verticale tuffo nella nostalgia nel momento in cui può guardarla negli occhi e prenderla per i capelli, e non si annulla niente, anzi, la nostalgia e il suo oggetto sono per un attimo la stessa cosa e l’atto di uccidere è un piacere vitale, è poter guardare negli occhi la Medusa della nostalgia sentendo la pressione della spada sul suo collo.

 

È una pagina bellissima, davvero: se non avete tempo per tutti quei libri, trovate almeno due minuti per questa sola parola, la saudade.

Davide P.
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