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immersioni

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L’acqua, quasi mi vergogno a scriverlo, è l’origine: liquido amniotico, grembo materno, primigenia dimensione a cui desideriamo ostinatamente di tornare. L’acqua è il mare ed è tutte le poesie sull’acqua e sull’origine, sul mare e sulla perdita di confini, sul viaggio e sugli orizzonti. L’acqua è quindi l’improvviso mare dell’Infinito di Leopardi: prima colle, siepe, vento, terra; poi d’improvviso, mai citata prima, l’acqua, l’annegamento, il naufragio: «E ’l naufragar m’è dolce in questo mare».

Ma l’acqua è anche quella dell’isola in cui nacque Foscolo e a cui, non a caso, implora di tornare, «corpo fanciulletto», e di giacere, mare greco da cui tutti proveniamo, acque e onde, sempre in rima, acque e onde, la terra petrosa che non baceremo più, fecondità delle isole illuminate dal sorriso di Venere, la bellezza, l’Amore, l’azzurro limpido e il destino omerico, la nostalgia di una sola isola, la strada e lo smarrimento, il mare di Ulisse che sarà anche dantesco, chiudendosi su di lui che usò i remi e ne fece ali per un «folle volo», l’immensità dell’acqua.

Senza dimenticare I fiumi di Ungaretti, «la rara felicità» dell’immergersi nell’Isonzo, nudo in un’«urna d’acqua» dopo il terrore della guerra, per sentirsi «docile fibra» di un universo altrimenti incomprensibile, per ritrovarci, prodigiosamente, tutti i fiumi di una vita, tutti ricapitolati nell’acqua lustrale di quell’ultimo definitivo (forse: nessun’acqua è definitiva) fiume carsico.

E naturalmente anche L’anguilla di Montale, «sirena» semidivina che lascia il Baltico e risale la corrente dei nostri fiumi, «di capello in capello», risalendo estuari e ruscelli, «gorielli di melma», «botri disseccati», angelo acquatico che giunge fino a noi, «luce scoccata dai castagni», una delle più belle poesie d’amore che mai siano state scritte, scintilla che dice: «tutto comincia quando tutto pare incarbonirsi», «iride breve», «anima verde» dell’acqua in cui affoghiamo, immersi nel fango…

E chissà quante altre poesie, quanti romanzi, quanti racconti e quanti scrittori: tutti a descrivere l’acqua, l’origine, la primigenia provenienza, la definitiva destinazione. Nessuno a riuscirci mai.

Ma nuotare, comunque: nuotare e immergersi, perdere peso nell’acqua per ritrovare qualcosa di nuovo, leggerezza, equilibrio, armonia. Prova a dirlo, oggi, un articolo di Valentina Fortichiari a proposito delle nuotate del commissario Montalbano, quello raccontato da Camilleri prima e da Sironi dopo, in tv. Lo dice bene (Scrittura e nuoto si intitola, lo trovate qui), mi ha fatto venire in mente tutti questi altri testi sull’acqua che ho citato, e anche altri che non citerò. Lo dice a un certo punto così:

L’acqua rappresenta l’abbraccio al quale si abbandonano i nuotatori che la amano e la rispettano, tanto più sapendo che il corpo, il peso e l’ingombro delle membra scompare magicamente nell’acqua, si volatilizza, diventa acqua nell’acqua, la quale non può assumere alcuna forma se non quella appunto dei corpi che vi si immergono. È questo il segreto del piacere che si prova nuotando: un abbraccio che sfiora e lambisce, simile a quello avvolgente e protettivo che culla i primordi della vita, in un essere che si va formando nel ricettacolo tondo di una madre.

Ma mi ha fatto venire in mente anche un’altra cosa. Una breve, folgorante poesia scritta da Mariangela Gualtieri, pochi anni fa, che parla di piscine, di nuoto, di bracciate. Una poesia che mi ha accompagnato ogni volta che entravo nella vasca di un impianto per nuotare, finché si poteva, sentendo che qualcosa, in quell’acqua, avveniva: qualcosa di laterale, di diverso dal gesto fisico, qualcosa di altro. Mi fermo qui, non sono mica Leopardi né Foscolo, non voglio esagerare. Ma la poesia è questa, ed è bellissima:

Quando vuole pregare
lei va alla piscina comunale
mette la cuffia, gli occhialini
entra nell’acqua ma non è capace
di domandare, o forse non ci crede.
Allora fa una bracciata e dice
eccomi, poi ne fa un’altra
e ancora eccomi. Eccomi dice
ad ogni bracciata. Eccomi a te
che sei acqua e cloro
e questi corpi a mollo come spadaccini.
 
E nello spogliatoio, dopo, alla fine
prova sempre una gioia –
quasi l’avessero esaudita,
di qualche cosa che non ha chiesto
che non sapeva. Che mai saprà
cos’era.

Davide Profumo
Davide Profumo
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