immagini del mondo

Si parlerà molto (oltre che di immigrazione, come è giusto e ovvio: ma da qualche giorno già se ne parla di meno, purtroppo) anche di scuola, in questi giorni, vedrete. Se ne parlerà parecchio perché si avvicina uno sciopero che si annuncia abbastanza importante (non ce ne sono stati quasi mai, negli ultimi dieci anni) e quindi si faranno strada (anche in tv, c’è da scommetterci) molti argomenti che per ora interessano soltanto noi, quelli che a scuola lavorano (o ci provano) (oppure non ci provano nemmeno più, bisogna dirlo).

 

Ma insomma si parlerà di scuola (di «buona scuola») e si diranno molte e sagge cose in proposito. Io eviterò di annoiarvi, perché non è questo il luogo per aprire discussioni che non riguardano i medici se non in modo marginale. Mi limito, oggi, in anticipo sulle discussioni, a segnalarvi questo bell’articolo di Mariapia Veladiano, che sintetizza bene alcune delle cose che anche io, in qualche modo, penso. Per esempio, quando fa notare questa specie di ossessione tutta italiana per le riforme fatte pezzi, ma di continuo:

 

Un ragazzo nato nel 1996 e che quest’anno sostiene l’esame di Stato ha incocciato in almeno tre cosiddette riforme. Moratti 2003 alle elementari, Gelmini 2008 alle medie, e ancora Gelmini alle superiori perché per le superiori la riforma è partita nel 2010. Contando la Berlinguer del 2000, la scuola italiana è stata “riformata” tre volte dentro l’arco temporale di un unico ciclo scolastico. “La buona scuola” è la quarta.

 

Poi ci sarebbero altre questioni. Per esempio, un bell’articolo sul rapporto tra l’arte e la Rivoluzione mi spinge a farne notare un’altra, che riguarda proprio la storia del’arte. E immagino che leggerete con piacere (come è accaduto a me) la dissertazione sintetica ma interessante di Gioacchino Toni a proposito di questo argomento. A un certo punto Toni scrive così:

 

L’opera chiave della produzione davidiana è sicuramente Il giuramento degli Orazi realizzato tra il 1784-1785, dunque in anticipo rispetto allo scoppio della Rivoluzione francese. La rivoluzione di David è, però, prima di tutto stilistica: se si vuole abbattere un mondo, occorre abbatterne anche l’immagine e l’immaginario. L’opera in questione è caratterizzata da un estremo rigore geometrico… L’allineamento dei tre Orazi annulla la scansione in profondità dei corpi ridotti a figure bidimensionali realizzate attraverso tratti rettilinei e netti, a sottolineare le certezze da cui sono mossi, il senso di abnegazione e di virilità. Contenutisticamente è chiaro che il dipinto può essere considerato un’anticipazione della Rivoluzione, una sorta di insegnamento circa la necessità, al bisogno, di prendere decisioni risolute e collettive…

 

Ecco, insomma. Spero vi piaccia leggere queste cose, come piace a me. E spero che vi dispiaccia che a scuola (almeno a scuola) se ne leggerà sempre meno, per tanti e svariati motivi, tutti piuttosto sbagliati, alcuni dei quali li spiega da molto tempo (con ostinazione) Tomaso Montanari (e anche in questo recentissimo articolo). «Se si vuole abbattere un mondo, occorre abbatterne anche l’immagine e l’immaginario», infatti: è la prima cosa a cui penso quando penso a quello che facciamo (o a quello che non facciamo ) a scuola, dove costruiamo l’immaginario di coloro che, tra non molto tempo, dovranno occuparsi della nostra vecchiaia.

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Davide P.
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