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immaginare il passato

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Immaginare il futuro è uno dei migliori esercizi letterari che io conosca. Ma anche immaginare il passato lo è, forse lo è ancora di più; e addirittura, riuscire a immaginare il proprio personale passato è, da un certo punto di vista, il più efficace e il più diffuso di tutti gli esercizi letterari, lo facciamo ogni giorno, appena raccontiamo qualcosa che appartiene al passato remoto o al passato prossimo, un’ora fa, dieci minuti fa, trenta secondi fa, prima che girassi l’angolo e mi sedessi qui: stiamo già inventando, ricostruendo, sistemando, mentendo, togliendo, aggiungendo, stiamo già immaginando quello che è accaduto, dando ad esso la forza di una verità che non ha mai avuto, tratto da una storia vera, stiamo già facendo letteratura… Ma, trattandosi qui di libri, rischiamo di precipitare nel vorticoso girone infernale dell’autofiction e, mi perdonerete, è ancora settembre, la giornata è luminosa, non ho il coraggio di avventurarmi in paesaggi così tormentati e pericolosi. E mi limiterò alla cosa facile, la letteratura che immagina il futuro.

E ci sono due post, in rete in questi giorni, che possono aiutarci a partire dall’oggi per indovinare il domani (o anche solo per indovinare un po’ dell’oggi, che è la controluce del domani che stiamo immaginando). Il primo raccoglie dichiarazioni di uno scrittore che io amo ad anni alterni, Ian McEwan; è un post interessante, che parla del suo ultimo romanzo e a un certo punto dice così (è McEwan che parla):

Per molto tempo abbiamo pensato agli scacchi come a un microcosmo dell’intelligenza umana e abbiamo pensato che se avessimo inventato una macchina capace di battere l’uomo a scacchi avremmo inventato l’intelligenza artificiale. […] Alla fine però ci rendiamo conto che gli scacchi sono un pessimo modello di intelligenza umana. I giocatori conoscono esattamente le mosse che vengono fatte, e quando il gioco finisce, gli scacchisti sanno che il gioco è finito. La vita non è così. La maggior parte delle nostre decisioni, grandi o piccole, non hanno come modello la scelta di muovere un pezzo sulla scacchiera.

Il secondo è un bell’articolo scritto da Roberto Mercadini, il quale ha anche lui da poco pubblicato un bel romanzo, e confessa di non poter credere alle previsioni sul futuro che legge in certi libri di certi scienziati. Lo trovate qui, il post, e dice così, a un certo punto:

Philip K. Dick […] vale la pena di ricordarlo, aveva ambientato Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (tradotto in Italia anche come Il cacciatore di androidi) nell’anno 1992. Poi il 1992 è arrivato sul serio. Ma, se la memoria non mi inganna clamorosamente, non c’era l’ombra di un androide in giro. Anzi, 10 anni prima, nel 1982, dal romanzo di Dick fu tratto il celeberrimo film Blade Runner; e, visto l’andazzo, si pensò di posticipare l’ambientazione al 2019. Si dà il caso, tuttavia, che anche il 2019 sia arrivato e ancora siamo ben lungi dal poter incontrare androidi per strada.

Ecco, ho pensato, a volte sopravvalutiamo la verità e sottovalutiamo la finzione, che è assai più istruttiva della verità. E magari non ci accorgiamo che nessuno parla del futuro, quando immagina il futuro, ma piuttosto del presente o del passato, quasi sempre del suo passato. La vita, è vero, non è una sequenza di mosse ragionate sulla superficie di una scacchiera; a volte ci piace di pensarla e ricordarla e ricostruirla così. Ma smette di essere vita, diventa letteratura; e non esiste nessuna scacchiera, tra l’altro.

Davide Profumo
Davide Profumo
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