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il vaccino letterario

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A cosa serve la letteratura, quando è di vaccini e di ondate pandemiche che è invece necessario parlare? A cosa servono gli scrittori in un frangente così delicato? A cosa servono i libri quando è con una coronaria pericolosamente ostruita che voi cardiologi avete a che fare e non è certo una pagina ben scritta che può, in quell’istante, fare la differenza?

La risposta (una parzialissima possibile risposta, come tutte quante le risposte a nostra umanissima disposizione) si trova da venerdì mattina sulle pagine virtuali un quotidiano assai diffuso in Italia. È la risposta di Emanuele Trevi, che è appunto letterato, scrittore di libri sempre acuti e meravigliosamente scritti, a volte proprio belli (questo, se mi chiedete, è senz’altro il mio preferito: potrebbe piacere anche a voi cardiologi, visto come racconta di alcune cose così strettamente e inutilmente letterarie).

Emanuele Trevi spiega bene, nell’articolo che è on line da venerdì mattina, come non riesca a capire chi non si sta in questi mesi vaccinando, come non riesca a volte neppure ad ascoltarne le parole, anche se si tratta di persone amiche, con cui ha condiviso molte idee e molte posizioni. E lo fa con una chiarezza tutta letteraria, che non ha nulla di medico, che non assomiglia in nulla ai maledetti discorsi dei virologi e che quindi, proprio per questo, potrebbe interessarvi.

Emanuele Trevi scrive così, per esempio:

… più di ogni singola polemica, più di ogni manipolazione dei dati, più di ogni infantile enormità stile «dittatura sanitaria» e «grande reset» è il tono di questa gente, capace di negare anche i numeri dei morti pur di godersi un posticino nel sole del dibattito, che mi infastidisce profondamente. Ci vedo all’opera un’intelligenza, sarebbe meglio dire una parodia dell’intelligenza, priva di empatia: mancanza orribile, non meno dannosa per l’umanità, a lungo andare, degli effetti del monossido di carbonio o delle carestie da siccità.

E poi prosegue così:

E il bello è che, in fin dei conti, sui due fatti centrali potremmo essere tutti d’accordo: i vaccini sono uno strumento ancora lontano dalla perfezione, non garantendo l’immunità in modo totale; e i green pass non andranno impiegati un giorno più del necessario, perché è vero, l’ombra del controllo pesa su tutte le società e non è certo una cosa da prendere sottogamba. Ma è proprio di fronte a queste constatazioni elementari che il discrimine tra gli esseri umani non è più l’intelligenza, ma l’empatia.

E poi procede ancora, seguendo il filo di un ragionamento tutto letterario, che non invade il campo medico-epidemiologico neppure per un attimo ma riesce a essere più convincente di molti numeri, secondo me. Ed è appunto a questo che servono gli scrittori, mi dicevo mentre leggevo le parole di Emanuele Trevi.

Ma è anche possibile che, nel tempo, vi siate convinti (come è accaduto a me) che i libri rivelino a volte utilità disparate e sorprendenti, anche se un po’ secondarie. E che la letteratura sia tutto sommato quasi inutile, come tutte le cose che amiamo di più. La bellezza, per dirne un’altra.

In tal caso non vi dispiacerà trovarvi ironicamente ritratti in questo articolo di Guia Soncini (anche lei ha scritto libri; ma chi non, in effetti) la quale prende spunto dalle parole di uno di voi cardiologi per dire che la letteratura, se a qualcosa serve, serve anche a non occuparci troppo del brusio di fondo, quello che invade fastidiosamente la nostra quotidianità (leggete qui). Ma il suo cardiologo aveva ben altro a cui pensare:

A che cosa serve la letteratura? Me lo chiedevo tre giorni fa, mentre un cardiologo m’ingiungeva di comprarmi una macchinetta con cui misurarmi tutti i giorni la pressione (una volta queste cose accadevano nella vita di mio nonno, adesso accadono nella mia), e io gli chiedevo garanzia d’altri tre anni di vita: «Sa, ho ancora un paio di libri da scrivere». […] Senonché il cardiologo mi ha guardata con l’interesse ch’io proverei per un neonato e ha detto: ah, lei ha scritto libri? Poiché non basta così poco a scoraggiare la mia autostima ho detto certo, «La prossima volta magari gliene porto qualcuno». Poiché non si fa carriera in cardiologia leggendo gente che scrive trattati non scientifici, lui mi ha risposto «Beh, “qualcuno”: magari uno».

Davide Profumo
Davide Profumo
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