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il tempo che fa

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Esiste un “terreno di coltura”, scriveva un amico pochi giorni fa, costituito da tante voci artistiche minori e di cui si nutrono poche voci eccelse, quelle dei grandissimi, come Dante Petrarca o Ariosto, che resteranno nella storia del genere umano. Esiste, insomma, un’acqua, un clima, una temperie (scusatemi, sto usando termini sempre peggiori, invece di farmi capire…) entro cui tutti, anche i più grandi di noi, si muovono e di cui si nutrono e si sono nutriti. E comprendere tale clima generale (il tempo che fa, oserei dire) è probabilmente il modo migliore per comprendereanche quelle grandi opere di cui non riusciamo a darci ragione, come succede a me con la Commedia di Dante o la poesia di Petrarca, per quante volte le leggiamo e per quanta intensità mettiamo nell’amarle e nel cercare di capirle.

 

Ma insomma, sarò più asciutto di così. Ci sono due post, oggi sul web, che paiono molto distanti uno dall’altro ma che secondo me si assomigliano, perché entrambi parlano del tempo, che fa o che faceva. Il primo lo ha scritto Leonardo Tondelli e parla di Fantozzi (perché, se ho capito bene, ricorre oggi il primo anniversario della morte di Paolo Villaggio). Dice alcune cose a proposito della figura «intellettuale» di Villaggio (a proposito: che cos’è un intellettuale? Sì, è così: e allora Villaggio lo fu davvero, in questo senso) e poi arriva a una conclusione secondo me azzeccata, che ci dice molto del tempo che faceva e che continua a fare, mentre Fantozzi diventava una maschera prima e un pagliaccio subito dopo, nel breve volgere di poche stagioni televisive. Potete leggere questo, per esempio:

 

Il secondo tragico Fantozzi è un film del 1976, un’epoca pre-tv-color in cui i cineforum impegnati erano ancora una realtà non solo nelle grandi città – e in effetti lo sketch era nato in tv come una satira di quell’ambiente, che Villaggio conosceva bene; solo in un secondo momento era stato riadattato all’universo fantozziano. Il successo dei primi Fantozzi di Salce e Villaggio fu notevole, ma la vera penetrazione nell’inconscio collettivo avviene nel decennio successivo, quando la Mediaset ne acquisì i diritti e cominciò a riprogrammarli intensivamente – al punto da risorgere anche il personaggio cinematografico, in una serie di sequel sempre più deprimenti.

 

Ma è meglio se leggete tutto il post, datemi retta: perché il ragionamento fila e non tarda a dispiegarsi in una sua idea molto interessante.

 

Però, contemporaneamente, c’è un altro articolo che vale la pena di una lettura. Lo ha scritto Claudio Giunta e presenta un lavoro filologico molto impegnativo, l’edizione del principale volgarizzamento trecentesco dell’Eneide, appena pubblicata grazie alla cura di Claudio Lagomarsini. Vi pare che non c’entri niente? O piuttosto vi pare troppo difficile? Ecco, no secondo me; non è affatto così difficile. Ed è anche del tutto pertinente: perché racconta una delle storie più belle e famose del mondo, ma in questo caso è anche la spiegazione di come questa storia sia stata tradotta e quindi riscritta e riletta in un secolo fondamentale per la nascita della nostra cultura cosiddetta occidentale: negli anni in cui Dante stava divulgando l’Inferno e in cui Petrarca usciva dalla pubertà, e si preparava a incontrare Laura. Insomma, è un lavoro filologico ma è anche molto di più: ci dice quale fosse l’acqua in cui nuotavano due grandissimi, talmente grandi che si fa molta fatica a capirli. E ci spiega come una storia possa essere letta in tempi lontani da noi. Lo scrive bene Giunta:

 

Molte delle pagine che si scrivono e si pubblicano sul Medioevo – ma forse su qualsiasi epoca della letteratura, anzi su qualsiasi cosa – sono irrilevanti: o perché ripetono in un’altra salsa cose che si sanno già o perché si aggirano intorno a problemi di nessun vero interesse culturale. Qui non c’è né l’una né l’altra remora: il primo volgarizzamento dell’Eneide ha un grande interesse culturale; e ciò che se ne sapeva prima è niente rispetto a ciò che se ne sa ora grazie al lavoro di Lagomarsini. Non c’è infatti aspetto dell’opera e del suo autore che lo studioso non illumini: dal contesto storico-culturale … alla biografia di Ciampolo, arricchita di nuove testimonianze d’archivio; dalla fortuna dell’Eneide nel Medioevo alle strategie stilistiche del traduttore misurate anche sullo sfondo delle consuetudini scolastiche (in che modo veniva insegnato il latino nelle scuole italiane tardo-medievali? Che latino sa, di conseguenza, un volgarizzatore?), e descritte non solo con grande esattezza ma anche con un’ammirazione venata di affetto…

 

Per cui, se non vi arrabbiate, vi saluto con quella che vi potrà parere una provocazione ma non lo è. L’Oblò chiude per qualche settimana, come ogni estate; mi ritroverete qui intorno ai primi di agosto. E come ogni estate io ho pensato di lasciarvi con qualche consiglio di lettura. Ma ce ne sono tanti, in rete; e ci sono anche librai in grado di darvene di ottimi; e ci sono libri gialli che vi aspettano impilati in qualunque grande libreria di qualunque grande città. Per cui, quest’anno, il mio consiglio è di rinunciare a tutto questo (vale la pena di rinunciare, secondo me) per leggere il volgarizzamento trecentesco dell’Eneide di Virgilio scritto da Ciampolo di Meo Ugurgieri e pubblicato per la cura di Claudio Lagomarsini. Spero non vi sembri troppo, non è troppo: sarà una lettura impegnativa ma ricca di soddisfazioni. E ci darà modo di capire che tempo facesse all’inizio del XIV secolo in Italia, ma anche di riscoprire il nostro tempo. Perché è la storia un profugo, quella che leggerete: un uomo che ha perso tutto e che fonda la città da cui tutti veniamo e a cui, proverbialmente, tutte le strade infatti ci riportano. Ed è senz’altro la più importante delle storie di cui dobbiamo occuparci quest’anno. Ci vediamo dopo all’inizio di agosto.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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