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il rimpianto di Dante

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Dall’anno dantesco 2021 non mi aspettavo molto. E soprattutto mi aspettavo che non avremmo fatto l’unica cosa che varrebbe la pena di fare: cioè prendere in mano la più importante opera di Dante, la Commedia, e leggerla, magari tutta, magari dall’inizio alla fine. Mi aspettavo le celebrazioni, quelle sì, abbondanti; ma sapendo che le celebrazioni, tutte, sempre, celebrano più il celebrante che il celebrato, nutrivo scarsa fiducia nella loro utilità e qualità.

Ovviamente speravo in qualche eccezione: e ogni tanto, lo riconosco con piacere, mi sono fortuitamente imbattuto in qualche eccezione.

Mi pare che appartenga al novero delle eccezioni anche il libro di cui ho letto ieri sera un estratto, il primo capitolo, che ho trovato quasi folgorante. Si tratta del libro di un filologo dantesco di chiara importanza, Marco Grimaldi, il quale racconta Dante ai non specialisti con grande sobrietà e onestà intellettuale; e lo fa a partire dalla cosiddetta «attualità» di Dante. E pertanto usa subito un bel titolo, bellissimo: La poesia che cambia.

Il primo capitolo di questo libro lo trovate qui. E io sono stato in felice imbarazzo, al momento di sceglierne un estratto, perché è tutto molto preciso, starei per dire perfetto, denso e compiuto in se stesso, tanto che viene molto difficile estrapolarne qualche riga. Marco Grimaldi è bravo e lo si nota subito; Marco Grimaldi è un vero studioso di Dante e lo si nota subito; Marco Grimaldi conosce bene ciò di cui parla. E quindi ho scelto il passo in cui parla di Beatrice, che mi pare davvero indicativo. Ed è questo:

Non ha fondamento storico l’idea che Dante abbia voluto rivoluzionare il modo di concepire il comportamento della donna. Certo, Beatrice è il personaggio più importante della Commedia; ma dal punto di vista di Dante è anche una donna chiusa nel suo ruolo di genere. Cercare di separare Beatrice dal modo in cui Dante, come tutti gli uomini del suo tempo, concepiva i rapporti di genere, significa non comprendere che l’esaltazione della donna – già tipica della letteratura cortese – era possibile solo all’interno di quei ruoli. Dante non vuole ribaltare il modo di concepire il rapporto tra sesso e genere: vuole esaltare la virtù, l’umiltà e la bellezza di una donna la cui immagine tende a coincidere con quella della Vergine Maria. E in questo non c’è nulla di contemporaneo.

O, più importante e sorprendente ancora, questo passaggio sul senso della poesia e del fare letterario in Dante e in noi:

Leggendo Dante veniamo infatti a contatto con un’idea di poesia e di letteratura molto diversa da quella oggi più comune. Basta pensare a Bob Dylan, premio Nobel per la Letteratura nel 2016, che quando gli si chiede cosa significano le sue canzoni dichiara di non volere essere dipinto come “un uomo con un messaggio”. Dante la vede in maniera completamente diversa: è esattamente il contrario di Dylan, è un uomo con un messaggio. Anzi: è un poeta con un messaggio. Un poeta che vuole cambiare la realtà, che vuole trasformarla, che ama, odia e si vendica dei nemici scrivendo la Commedia. Dante non canta solo per sé. Canta per gli altri, nel bene e nel male.

Il saggio (che non ho ancora letto per intero, badate bene) promette molto. Ma siccome anche il web è ricco e imprevedibile, ieri sera, finito di leggere queste righe, mi sono detto che c’era qualcosa di questo libro che non mi era nuovo, che mi pareva di conoscere già. E quindi ho fatto una piccola ricerca e ho trovato una recensione di Claudio Giunta a un precedente volumetto di Marco Grimaldi, che parlava più o meno delle stesse cose. Però correva l’anno 2017, non stavamo celebrando niente, Dante ci interessava meno.

E Claudio Giunta scriveva cose molto utili (le trovate qui) anche alla comprensione di questo secondo volume di Grimaldi, che immagino non molto diverso dal precedente. E arrivava, nella sua recensione, a concludere così:

È su questa perdurante devozione che è lecito nutrire qualche dubbio, cioè sull’effettiva presenza della Commedia nelle letture degli italiani adulti, una volta finita la scuola. Presenza che a me pare scarsa, comprensibilmente scarsa, dato che la Commedia è un libro difficilissimo, che richiede un sacrificio di tempo e uno sforzo d’attenzione che sono ormai alla portata di pochi. Una risposta molto più pedestre alla domanda circa l’attualità e la ‘durata’ della Commedia nel canone delle nostre letture, circa il «perché leggiamo ancora la Commedia nell’anno 2017», potrebbe essere insomma «perché così hanno deciso centocinquant’anni fa coloro che hanno scritto i programmi della scuola italiana postunitaria».

Insomma, scrive Giunta (che quando parla di Dante non si può mai trascurare), forse continuiamo a parlare di Dante soltanto perché lo abbiamo studiato tanti anni fa scuola. Celebriamo Dante perché stiamo in realtà celebrando la nostra nostalgia, la nostra giovinezza, quei nostri anni di scuola superiore che non torneranno più.

O forse, per essere ancora più sinceri, quello che celebriamo non è il ricordo di quando studiavamo Dante, ma piuttosto il rimpianto perché sappiamo (la verità, dentro di noi, la sappiamo sempre) di non averlo studiato abbastanza, che avremmo dovuto magari studiarlo di più.

Davide Profumo
Davide Profumo
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