in tempi cupi e pestilenziali
23 Febbraio 2020
come se fosse un caso
1 Marzo 2020

il racconto di noi e del virus

Non so se anche voi, come me, siete un po’ stanchi di leggere brevi commenti sulle pandemie e le epidemie, la peste bubbonica, il colera, i virus di ogni tipo, l’influenza spagnola, i trionfi della morte, Manzoni che già aveva capito tutto («ah!, l’attualità impareggiabile del Manzoni!», in genere detto da quelli che pochi istanti prima: «I promessi sposi, che due palle! Lucia, che rompicoglioni!»), e Boccaccio che già nel Medioevo, e i mercati alimentari dei cinesi, e lavarsi le mani, l’amuchina fatta in casa, gli scaffali vuoti dei supermercati, eccetera.

Ecco, sì, io mi sono un po’ stancato, ve lo confesso. Ma ho vagato entro l’internet, tra ieri e oggi, e ho trovato alcuni pezzi bellissimi, che parlano del virus e soprattutto parlano di noi alle prese con il virus, e mi è subito sembrato impossibile (e in parte anche poco utile) non continuare a segnalarli, non provare a raccontare il virus visto da questo piccolo angolo del web. E quindi, per esempio, ho pensato che fosse molto utile provare a riavvolgere brevemente il nastro della narrazione per invitarvi a tornare a Wuhan, dove pare che tutto sia iniziato, con questo splendido articolo scritto da Hongbo Zhang (lo trovate qui), che ci dice cosa è avvenuto lontano da noi prima che tutto arrivasse a noi. Ma altrettanto utile, ho pensato, è segnalare la splendida riflessione più politica che medica (la trovate qui) che proprio stamattina ci propone Pietro Saitta, il quale parla di «fallimento nella comunicazione del rischio» e addirittura di «emergenze virtuali elette a lessico e grammatica della politica contemporanea»; perché mai come in questi giorni mi pare che il virus sia il virus ma sia anche il racconto del virus, quello che ci facciamo tra di noi e quello che ci viene proposto dai mezzi della nostra comunicazione di massa nazionale. Oppure, mi dicevo cercando di fare ordine tra le mie stesse incertezze, potrei limitarmi a riprendere un post sulla letteratura dell’epidemia, come questo per esempio (lo trovate qui) in cui si va oltra Manzoni, oltre Camus, e ci sono alcune belle segnalazioni, che potrebbero allietare la quarantena di qualcuno, sarebbe già molto. Ma non ero ancora contento, mentre esitavo. E a un certo punto del mio vagabondare ho pensato che Tucidide era meglio di tutto il resto, la peste più lontana di tutte, quella del 430 a.C., quella raccontata per la prima volta in Occidente: l’articolo di Giorgio Ieranò (lo trovate qui), che parla di Atene, di untori e di irrazionalità di fronte al male incontrollabile, mi pareva semplice, bello e preciso: quello di cui avevo bisogno io, quello che potevo segnalare a voi. Ma un’altra indecisione mi ha preso alla gola, all’ultimo momento: perché c’è anche un breve post scritto da Luca De Biase (lo trovate qui) che mi è piaciuto come e forse più di tutti gli altri: parla di Milano, di tragedia, dice di «molto autolesionismo e poca immaginazione», esprime le stesse perplessità che mi hanno invaso da quattro giorni a questa parte, racconta in fondo la mia incertezza di fronte al racconto del virus, forse è di questo che avevo bisogno stamattina…

E invece no. Avevo bisogno di questo, invece. Di un racconto diverso, bellissimo, di mare e di pesca, di fatica, di uomini, di alba, di cassette di pesce, di vita comune, mi pare di sì, di questo avevo bisogno, del racconto di quello che siamo (lo trovate qui, è bellissimo), di quello che sono Michele e Luciano, nel golfo di Salerno, quando vanno a lavorare sulla loro barca tutte le mattine, come tutte le mattine aveva fatto il loro padre:

La luna s’intravede ancora, benché il bagliore rossastro del sole circondi le nuvole all’orizzonte. Le luci della città sono svanite, iniziano a scorgersi le rocce calcaree della costiera amalfitana. Michele, uscendo dalla cabina, racconta: «Ogni mattina partiamo alle cinque, possiamo lavorare anche dalle dodici alle quindici ore». Luciano si appoggia all’arco della poppa, guardando lo scorrere dell’acqua prodotta dal motore, e sbiascica: «Per quanto sia difficile questa vita, ritrovarsi in mezzo al mare ti dà un senso di libertà che non trovi da nessun’altra parte. La pesca oggi è sopravvivenza. Non ti cambia più la vita come una volta, quando si facevano i veri soldi. Siamo spinti ad andare avanti dalla passione per il mare».

Davide Profumo
Davide Profumo
La mia pagina Facebook: https://it-it.facebook.com/davide.loscorfano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *