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il proprio dovere

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Che cosa significa fare il proprio dovere?

È percorso (in realtà, vorrei quasi dire: è percosso, è ritmato) da questa domanda il lungo articolo che vi consiglio oggi e che parla di quattro generazioni di una sola famiglia, lungo una storia aspra e non sempre felice, che è però la storia del nostro paese, quella del nostro ultimo secolo di vita.

Lo ha scritto Claudia Pozzo, questo bell’articolo, e prova a disegnare a tratti rapidi il ritratto di una donna, Natalia Ginzburg, scrittrice indimenticabile, e di suo marito, Leone, poi quello di un altro uomo, suo figlio Carlo, storico della stregoneria e della cultura popolare, autore di studi imperdibili, infine quello di un’altra donna, la nipote Lisa, scrittrice anch’essa, in esilio volontario, sempre in fuga da qualcosa, sempre alle prese con quella stessa domanda: Che cosa significa fare il proprio dovere?

Ma non ci sono solo loro in questo articolo che è una cavalcata vertiginosa entro vicende che stanno nel passato ma nutrono il presente: c’è il fantasma di Benedetto Croce, c’è Umberto Saba con sua moglie, c’è Adriano Olivetti, c’è Cesare Pavese che si suicida, c’è Antonio Scurati che racconta il coraggio di Leone, marito di Natalia, ci sono le finestre romane di Italo Calvino. C’è insomma tutto un mondo intellettuale che, bene o male, ha costruito la cultura di questo paese negli ultimi cento anni, l’ha con fatica portata avanti, la ha, in talune circostanze più difficili, anche protetta.

Potete leggervi così, per esempio:

Siamo nel febbraio del 1944, in via Robbia, a Firenze, c’è una casa dove si nascondono alcuni ebrei in fuga dalle persecuzioni, tra questi il poeta Umberto Saba con la moglie e la figlia Lina. Non si sa se sia giorno o notte, fatto sta che a un certo punto bussano alla porta. “Aprii di colpo”, racconta Linuccia Saba e in quella frase c’è tutta la paura di morire e il coraggio di affrontare il proprio destino, magari sono venuti a stanarci, magari invece qualcuno cerca la salvezza, non si può sapere, l’unico modo che rimane per affrontare la vita è il coraggio di dare uno strappo alla porta. “Sulla porta c’era una donna con un fazzoletto nero in capo, un bambino in collo e due attaccati al vestito”. Era Natalia in fuga da Roma.

Ma qualunque passo io vi proponessi, sarebbe poco e sarebbe inutile. Perché credo che valga la pena di leggere questo lungo articolo dall’inizio alla fine, senza altre distrazioni, come un lungo racconto generazionale e famigliare che arriva fino a qui, oggi, 6 ottobre 2021, grazie a donne e uomini che ci hanno lasciato le loro parole e il loro coraggio, una bella cascata di nomi e di gesti e talenti e anche di fortuna, desiderio e destino.

Mi direte alla fine se sono stato bravo a sceglierlo, se ne valeva la pena di leggerlo tutto. Mi direte anche se non sembra anche a voi che abbia ragione Claudia Pozzo, che lo ha scritto, quando parla di fiamma e di tedofori, qualcosa come una luce (fare il proprio dovere) di cui siamo depositari e che percorre il buio della storia, quella fatta di persecuzioni e roghi di streghe e lager e violenza. A me è sembrato di sì, che questa fiamma ci sia che qualcuno l’abbia portata fino a qui. Ma forse, per una volta, sono io quello ottimista.

Davide Profumo
Davide Profumo
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