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il pericolo della cultura

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Parto da questo semplice link, stamattina: se volete godervi una breve lezione sulla guerra di Troia esposta da Valerio Massimo Manfredi o una sulla discriminazione di genere tenuta da Eva Cantarella o se gradite ascoltare Alessandro Barbero che parla di totalitarismi, se pensate che queste brevi lezioni possano aiutarvi (voi o i vostri figli o i miei alunni) a sopperire alla mancanza di scuola reale di questi mesi, ecco avete avuto una buona idea. La tv pubblica, con questa trasmissione televisiva che si chiama «Maestri», ci è venuta incontro e lo ha fatto con intelligenza, in modo brillante, molto accattivante.

L’idea di «Maestri» è bene presentata in questa intervista da Edoardo Camurri, che ha ideato la trasmissione (come fece poco tempo con un altro bel progetto, quello dei «Grandi della letteratura italiana», che trovate qui) e che ce la racconta così:

L’operazione di “Maestri” mi sta interessando tantissimo perché è vero servizio pubblico. Il programma è semplice: mandiamo in onda lezioni di 15 minuti di maestri, professoresse e professori, donne e uomini di cultura, su qualunque aspetto della conoscenza e dei programmi scolastici (dall’astrofisica a come si cucina il risotto). È affascinante l’idea della trasmissione culturale come possibilità di aprire collegamenti, ampliare la coscienza e dare forma al mondo attraverso la cultura e la conoscenza… Quello che mi affascina e diverte molto di “Maestri” è proprio l’idea di offrire agli spettatori questo doppio registro: da una parte le lezioni apollinee e dall’altra delle introduzioni che hanno la speranza non tanto di essere dionisiache, ma di portare l’ebrezza della conoscenza, lo stupore, la capacità di mostrare che tutto è davvero interessante, dal risotto, a una lezione precisa sulla meccanica quantistica: se sappiamo leggere e interpretare questi momenti siamo in grado di dare forma al mondo, ma dobbiamo avere gli strumenti per collegarli. Ogni volta che leggiamo un grande libro o ogni volta che una grande idea ci viene incontro, assistiamo a un allargamento della nostra coscienza. È una forma psichedelica di conoscenza del mondo, perché espandendo la nostra coscienza e dando forma al mondo aumenta la nostra libertà.

Ma insomma, se avete letto tutta, proprio per intero, questa citazione, vi sarà già venuto il sospetto che non sia soltanto semplice e ammiccante divulgazione come sembra. Che ci sia un’idea diversa e più forte in quello che Edoardo Camurri propone: che magari vi (e mi) lascerà un po’ perplessi, ma che vale la pena di approfondire, perché è un’idea potente del possibile ruolo della cultura e degli uomini di cultura. E se insistete nella lettura dell’intervista di oggi, ecco che arrivate per esempio a queste righe, definitivamente rivelatrici:

Questo periodo [di pandemia e relativa quarantena] rende ancora più forti e radicali le differenze e i privilegi e questa è una tragedia perché enfatizza ancora di più le disuguaglianze. Per quanto riguarda la cultura, anche qui per certi versi io non penso che basti parlare di cultura perché sia cultura: molto spesso confondiamo la cultura con quella cosa di cui parlava Marc Fumaroli nel meraviglioso Lo stato culturale, quella che diventa un atto di religione civica, una specie di arredamento non conturbante della propria coscienza, un arredamento che serve a confermarsi e stare a modo nel mondo, riconoscendosi in una presunta e finta classe mediamente acculturata. Questa non è cultura, questo è il corrispettivo del design per quanto riguarda l’arte, è una questione appunto di puro arredamento. Marc Fumaroli racconta e articola molto bene questo aspetto: la cultura che a me interessa ci mette perennemente in pericolo, mette in discussione quello che sappiamo, ti rende terribilmente solo ed è questa quella che è vitale e interessante e in qualche misura dobbiamo cercare di condividere. Come ricordava Nietzsche vivere significa essere in pericolo e se non si è in pericolo non si vive. Siamo qui per vivere non per fare una parodia della vita.

Ci siamo, insomma. A questo punto potete scegliere di arrivare al quid: che non è la trasmissione televisiva così ben fatta e presentata, ma gli articoli che Camurri sta pubblicando da qualche settimana sul «Foglio», in una rubrica che ha preso a prestito il titolo di uno splendido libro di Bolaño, 2666 (li trovate tutti qui, valgono il tempo che vi chiederanno). E provare a leggere, e provare a capire e a farvi un’idea (un’idea più ampia, un’idea che non sia solo design, un’idea un po’ meno comoda). Per esempio questo, scritto e pubblicato un mese fa:

Ma dicevamo: il virus sta funzionando come un acceleratore delle tendenze fondamentali dei nostri tempi. L’ansia, la paura e l’orrore di questi mesi pandemici avvolgono il pianeta in una nube purpurea e accelerano l’ansia e la paura già presenti da tempo e che si traducono, da Trump a Bolsonaro, da Putin a Orbán, nella vittoria di politiche ansiogene, paurose e oppressive. L’ansia e la paura spingono gli uomini a restringersi in se stessi, a chiudersi spaventati e a reclamare un mondo esistenzialmente in quarantena; la Macchina algoritmica offre un identico movimento, lo stesso respiro, il medesimo sabba. Da anni, gli psicofarmaci contro ansia, fobie e depressione, a leggere i dati, vengono prescritti e assunti sempre più da enormi fasce di popolazione: la forma della nostra mente, decisa chimicamente, si riflette dappertutto. La farmacologia sta diventando una categoria politica più potente e efficace di quelle settecentesche e ottocentesche con cui pretendiamo ancora di interpretare e gestire la vita pubblica. La forma del mondo rimbalza in corrispondenze che spingono nella medesima direzione: intelligenza depressa degli individui, intelligenza depressa delle collettività politiche, intelligenza artificiale deprimente e opprimente che gestisce la costruzione del mondo attraverso la Macchina algoritmica.

Mi fermo qui e vi lascio il tempo di leggere quello che vorrete, tra le righe che in queste settimane Edoardo Camurri sta scrivendo. È una voce discutibile, come tutte, come la vostra e la mia, senz’altro la mia. Ma è una voce che giunge da una prospettiva diversa e acuta, è un tentativo evidente di allargare la prospettiva, di non essere arredamento, di dare una forma un po’ più ampia al mondo, come ci appare e cerchiamo di vederlo. E mi piace molto che ci sia una voce così, oggi, in questo paese così stanco, in questi tempi così poco interessanti.

Davide Profumo
Davide Profumo
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