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il paradiso che cerchiamo

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Parliamo spesso di Dante ma, quando lo facciamo, parliamo e pensiamo soprattutto alla prima cantica, l’Inferno: a Francesca da Rimini, a Ulisse, al conte Ugolino, alla selva, ai diavoli, a Farinata, le tre fiere, la via smarrita, Caron non ti crucciare, le rime aspre e chiocce. Più di rado, ogni tanto, pensiamo al Purgatorio: quelle atmosfere un po’ rarefatte, la tiepidezza delicata di alcuni incontri, le parole strazianti di Pia dei Tolomei (i miei canti preferiti di tutta la Commedia sono nel Purgatorio, segnano l’ingresso nel Paradiso terrestre, ma è un altro post, lo scriverò un’altra volta).

Del Paradiso, invece, parliamo meno, pochissimo, forse è per ragioni scolastiche, eravamo troppo giovani, eravamo già stanchi delle letture antologiche e forzate, forse il Paradiso è troppo lontano da noi, dal nostro sentire, e questa (immagino io, lo immaginate anche voi) non è una bella notizia.

Eppure, per quel che vale, io avrei anche un canto preferito tra tutti quelli del Paradiso, un canto che sento vicinissimo a me e alla mia quotidianità, è il canto XIV. E ho anche una terzina che, tra tutte quelle dell’ultima cantica, non mi stanco mai di rileggere e di provare (senza mai riuscirci) a spiegarmi, è nell’ultimo canto, ai vv. 94-96. E addirittura c’è un critico bravissimo che dice che il verso che gli pare il più bello (ma forse è soltanto il più citabile, anzi è senz’altro solo il più citabile) di tutti i versi danteschi sta nella terza cantica, è il v. 151 del canto XXII.

Per questa ragione (e anche per non farmi sfuggire l’occasione) mi piace oggi segnalarvi un intenso e luminoso post che parla proprio del Paradiso. Lo ha scritto Gianni Vacchelli (lo trovate qui), che è un valente e originale interprete della poesia dantesca, uno di quelli che cerca di andare oltre la «lettera» del testo per scavare coraggiosamente entro la spiritualità dei versi del poeta. E che esordisce, per esempio, così:

I motivi della difficile ricezione paradisiaca sono complessi e vari. Ne accenno qui solo alcuni “storici” e legati allo “spirito del nostro tempo”: non si entra nel Paradiso senza una qualche considerazione della mistica, che però è realtà misconosciuta e minoritaria, anche nella tradizione cristiana.

Per arrivare poco oltre, a scrivere queste altre parole:

Non solo la poesia del Paradiso non è esangue, statica, ma piuttosto fiammante, infuocata di eros e agape insieme, dove la carne è sì spiritualizzata, ma mai perduta, piuttosto assunta e portata a compimento, in trasfigurata ma possibile realtà: Traiano tutto «s’accese di tanto foco / di vero amor», Piccarda «arder parea d’amor nel primo foco»… Amore divino e umano nel Paradiso finalmente non si contrappongono più, ma sono interrelazionati: il primo alimenta il secondo, il secondo lo manifesta qui, nella compagnia degli uomini, delle donne e della creazione.

Vuole essere, oggi, un invito alla lettura per nulla scontato. E ci dice che è del Paradiso che abbiamo bisogno, anche se forse non lo sappiamo. O forse proprio per quello, perché non lo sappiamo.

Davide Profumo
Davide Profumo
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