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il pallone tra le case

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Ci sono immagini che, anche per quanto riguarda l’universo un po’ rigido della letteratura, si mutano molto facilmente in simboli, diventano iconiche, finiscono per riassumere in sé quello che un autore ha detto e scritto nel corso dei suoi anni. Sono immagini che finiscono per rappresentare un pensiero, un mondo, soprattutto un modo di starci, nel mondo. A questo ho pensato quando ho visto la copertina del libro che vi sto consigliando oggi (questa copertina); che è un’immagine forte che dice più di quello che con mie parole sarei capace di fare.

Ma c’è un’altra importante cosa a cui ho pensato quando ho preso in mano il libro che vi sto consigliando. E cioè ho pensato a quanto lo sport sia cambiato in questi ultimi decenni, a quanto questo cambiamento abbia coinciso con l’avvento della televisione commerciale, e al modo in cui la società dello spettacolo abbia introiettato lo sport, ne abbia fatto il suo principale prodotto e anche il veicolo più evidente ­ e insopportabile – della sua retorica.

Per questo mi è piaciuto che nella bella recensione a cui mi affido ci sia scritto così:

Da allora, il mondo del calcio si è trasformato profondamente. Spettacolarizzazione esasperata e logiche commerciali, interessi economici e di potere hanno eroso la dimensione rituale del calcio così come lo concepiva Pasolini. Eppure, osserva Curcio, nonostante tutto per alcuni aspetti il calcio continua «a resistere alla mercificazione consumistica e alla spettacolarizzazione televisiva: il suo intrecciarsi con le tensioni politiche e sociali; il suo fascino popolare di sport di strada ben diverso da quello giocato negli stadi hi-tech ultramoderni; il suo ruolo aggregativo, che ha nel tifo organizzato la sua espressione più rappresentativa; la sua inesauribile capacità di generare storie fortemente sovversive che evadono dal racconto egemone».

Ma soprattutto, anche per questo mi è piaciuto rileggere le parole di Dacia Maraini, che rimettono al centro dello sport l’infanzia, e un certo modo di essere infantili. Eccole:

«Secondo me Pier Paolo andava avanti con la testa rivolta indietro. Inseguiva un se stesso bambino che scappava. Quando giocava, quel bambino prendeva corpo assieme al pallone; quando finiva di giocare, tornava l’adulto inquieto e doloroso che era diventato».

Ed ecco la poesia di Montale a cui non ho potuto, evidentemente, non pensare:

 

Felicità raggiunta, si cammina

per te sul fil di lama.

Agli occhi sei barlume che vacilla,

al piede, teso ghiaccio che s’incrina;

e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

 

Se giungi sulle anime invase

di tristezza e le schiari, il tuo mattino

e’ dolce e turbatore come i nidi delle cimase.

Ma nulla paga il pianto del bambino

a cui fugge il pallone tra le case

Davide Profumo
Davide Profumo
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