Non è impossibile che abbiate voglia di leggere qualcosa sui classici, proprio oggi (bisognerebbe proprio, ogni tanto, un paio di volte al mese almeno, avere voglia di leggere qualcosa che riguarda i classici, a mio parere, perché i classici superano la nostra precarietà e sono, quindi, l’unica immortlalità che ci possiamo concedere, qui sulla terra…), e sarebbe una splendida coincidenza, se voi aveste questa voglia proprio oggi perché potrei subito accontentarvi.

 

Per esempio potrei invitarvi a riflettere sui classici della comicità, sulla loro transitorietà, sul fatto che si rida di cose che appaiono (superficialmente) diverse di decennio in decennio, o addirittura di lustro in lustro. Lo scrive oggi Roberto Alajmo e cita uno di quei libri che noi non esitiamo a definire un «classico» della comicità del Novecento, di quando eravamo giovani, e che forse (così dice Alajmo) non fa più ridere i ragazzi di oggi. E anche se io non riesco a dargli ragione del tutto è un breve pezzo che va letto per intero:

 

Il genere comico deperisce in fretta. Di sicuro più rapidamente del tragico. Sofocle sembra ancora moderno, Aristofane troppo legato ai riferimenti del tempo. Persino rivedere i film di Totò assieme al proprio figlio provoca una strizzata di cuore: ci si sente anacronistici…

 

Ma i classici a volte dormono e si ridestano all’improvviso, quando nessuno li aspettava più. Potrebbe essere il caso, per esempio, di un libro di cui ho già sentito parlare tre o quattro volte in questi ultimi mesi, senza mai riuscire a leggerlo. Oggi ne scrive Goffredo Fofi e aumenta ancora di più il mio desiderio di averlo. Perché a volte i classici ci sfuggono ed è bellissimo riscoprirli per caso e all’improvviso, e mordere un pezzettino della loro immortalità, come se fosse la nostra:

 

Questo bizzarro romanzo del 1937 è uno dei piccoli gioielli misconosciuti della letteratura italiana, ammirato da Sciascia al punto che ribattezzò il suo paese Regalpetra così come Savarese aveva chiamato Petra la sua Enna. Lo ha recuperato una piccola casa editrice palermitana (ilpalindromo.it).

 

E infine, per arrivare ai classici veri, quelli che hanno fatto la storia letteraria del secolo scorso e che ci auguriamo di non dimenticare mai, ho letto in questi giorni la lunga e tormentata storia editoriale di Se questo è un uomo, che io continuo a pensare, tra me e me, come il più grande libro che sia stato scritto in italiano nel secolo scorso, il classico che ci portiamo tutti nel Duemila. È una storia complicata e istruttiva, bellissima nella sua difficoltà, un ritratto di come siamo usciti dalla guerra e anche un ritratto di come sia sempre difficile farlo. Per cui se oggi, come p giusto che ogni tanto avvenga, aveste voglia di leggere qualcosa che riguardi i classici, che sono la nostra immortalità, ecco, l’articolo giusto è questo, che parla di Primo Levi. Lo ha scritto Stefano Ciavatta e inizia così:

 

Che cos’è un classico nell’Italia che non legge? Somiglia molto al maglioncino infeltrito e ceruleo del “Diavolo veste Prada”: oramai reso tascabile, economico, accessibile a tutti con ennesime ristampe e riduzioni e versioni di tipo, ha perso la potenza dell’esordio unico e irripetibile, si affaccia liso al mondo. Forse perché un classico appartiene all’eldorado dei lettori forti di una volta e allora si pensa abbia avuto sempre vita facile. Un classico è una storia che viene dal passato, addirittura da prima della crisi dei lettori e delle librerie (quando ancora esisteva un’idea di catalogo e un editore come Einaudi pubblicava persino la Guida alla formazione di una biblioteca pubblica e privata).

Ma il classico non è semplicemente classico come quel “maglioncino non è semplicemente azzurro, non è turchese, non è lapis, ma è effettivamente ceruleo”. Anche un classico può avere avuto un destino difficile e non scontato, pur essendo uscito armato di tutto punto come Minerva dalla testa di Giove. È successo a Se questo è un uomo di Primo Levi, uno dei grandi libri sull’esperienza della deportazione e della prigionia nei campi di sterminio, scritto da un ragazzo che alla maturità al liceo D’Azeglio era stato rimandato in italiano, un classico che quest’anno compie settant’anni e che ha avuto una vita editoriale avventurosa, e oggi trova la pace definitiva…

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Davide P.
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