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il nome di una città

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«La natura è una sfera infinita, il cui centro sta dappertutto e la cui circonferenza in nessun luogo».

O forse no. Forse un centro esiste, forse noi tutti lo sappiamo senza nemmeno dovercelo confessare; forse per ognuno di noi c’è un luogo, una città, la città, magari Firenze, magari Granada o Barcellona, o persino una piccola città, Combray o Balbec che ne so, ma ovviamente anche Dublino… E quindi, come in realtà si racconta nell’articolo che vi consiglio oggi (è questo, lo trovate qui), tutti possiamo pensare di avere un centro, trovarlo, raccontarlo: e chiamarlo «Buenos Aires» oppure «siepe», «colle», nei pressi di Recanati.

Così penso leggendo il post di oggi: che ognuno ha un centro per il suo infinito, che è una speranza che mi voglio lasciare. E che per Borges esso fu per sempre Buenos Aires:

… negli incroci delle strade o nelle parallele che si interrompono, come quelle di via Garay e via Pavón, davanti a Plaza Constitución. Buenos Aires si arroga il diritto di contenere l’infinito nel suo piano urbanistico, nelle piazze, nelle soglie delle porte durante il tramonto.

Per Leopardi quel centro fu invece Recanati, per molto tempo, la siepe, gli alberi, l’immaginazione di un al di là:

In Leopardi non c’è nessun punto che ci rivela l’indeterminata molteplicità, nessun buio, nessuna vertigine, nessuna matematica, nessun microcosmo che contenga il macrocosmo, non c’è prossimità dell’oggetto osservato, né un momento preciso in cui si rivela, ma c’è un «Sempre caro mi fu», con cui si apre l’idillio, L’infinito, che indica la continuità di un’esperienza interiore che pone il sentire al centro della scena. La sua interiorità, però, non è un ripiegamento verso sé stesso, come spesso è stato interpretato, ma un’apertura verso il mondo (nessuno come Leopardi, neppure Borges stesso, ha saputo interpretare il suo tempo con tanta lucidità).  L’infinito è la poesia della fisicità per eccellenza che convoca tutti i sensi e li mette al primo piano…

E poi, forse, per anche per Leopardi il luogo cambiò, forse diventò Napoli (l luoghi, i centri mutano, forse soltanto cambiano nome, sono un vento che muta direzione, fingiamo che abbiano geografica consistenza ma hanno soltanto i contorni delle parole con cui li nominiamo e descriviamo), più propriamente furono le pendici nere del Vesuvio, da cui stravolto guardava le stelle e la natura gli pareva, in alcuni tra i versi più belli che un essere umano abbia mai saputo scrivere, come terribile e bellissima, immensa e formidabile.

Resta dunque l’infinito, spaventoso, che abitiamo; a cui riusciamo, ogni tanto, quasi per miracolo, a dare un centro: il nome di una città. E poi restano tutte le altre parole che usiamo per raccontare le città di cui ci innamoriamo, che rendiamo il centro dei nostri passi mossi a vuoto, senza sapere la direzione.

A volte, nelle mattine in cui faccio più fatica a mettere ordine nelle mie cose, nei miei libri, nella mia memoria, penso che il racconto di queste città, un po’ abitate, un po’ immaginate, un po’ inutilmente sognate, sia ciò che definiamo, con secolare ostinazione, letteratura.

Davide Profumo
Davide Profumo
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