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«il mondo mi spezza il cuore»

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… … però ci furono quelli
Che ebbero per casa solo il cuore
Sospeso tra abissi e buio – di una vita
Tutta nell’invisibile – il cuore
Che lentamente si crepava e null’altro

Inizio volentieri il mio appunto di oggi con una bella poesia di Giovanni Giudici che parla proprio del cuore (in casa dei cardiologi). Lo faccio nella piena consapevolezza che l’appunto che sto scrivendo non parlerà né di poesia né di Giovanni Giudici e forse nemmeno del cuore. A meno che non si intenda subito di accettare che il cuore, «vile muscolo», sia davvero altro da sé, frusta metafora letteraria, il «cuore» che batte, gentile organo da seguire ancora. Che è quello che sto infatti per accettare e per nuovamente dire, ahimè: il cuore delle cose.

 

Perché c’è un romanzo, nelle librerie italiane in questi mesi, che mi ha fatto pensare, dopo tanti anni di colpevole silenzio (mio, del mio cuore), a come davvero la scrittura possa essere un coltello, una freccia, una lama che taglia il nostro cuore per giungere al centro del nostro essere. E colpirlo. Il romanzo di cui sto parlando si intitola L’uomo che trema e lo ha scritto Andrea Pomella. Ed è, a mio parere,un romanzo di bellezza e di forza straordinarie.

 

Lo dice anche, in questa recensione ben più efficace delle mia parole, Gianni Montieri, che ci spiega come al centro del libro ci sia una malattia , la depressione, e come la potenza del libro stia proprio nel saperla, con lucida chiarezza, raccontare:

 

L’uomo che trema è il protagonista, è il narratore, ma prima ancora è l’osservatore di sé stesso, del proprio corpo e delle proprie sensazioni e reazioni mentre si muove- trascinandosi –  nella vita di tutti giorni. In alcuni momenti si guarda e guarda la malattia stando di lato, certe volte mi è parso che si vedesse dall’alto come se l’uomo, la malattia e Roma – città in cui vive – fossero una sola cosa schiacciata verso il suolo, mentre solo il narratore, chi decide di raccontare il disagio che vive può permettersi di avere una visione. Se affermiamo che nessuna storia esista se non viene raccontata, possiamo precisare che nessuna vita esiste se qualcuno non ce la racconta. Pomella vive mentre scrive, sviscera, registra, esamina, prova terrore e sgomento, impara e ricorda, impara e dimentica, si fa cupo e qualche volta ironico; è tenero verso la moglie e il figlio e prova paura perfino di quella tenerezza, perché tutto appartiene alla depressione ovvero al nulla in cui sprofonda. Tutto perfino l’amore. Pomella ci racconta e cerca di capire, di comprendere ciò che gli accade, mentre tutto il resto accade, cerca di dare un senso a quel “tutto il resto”, senso che per il depresso non c’è.

 

Ma il libro di Pomella vale assai di più di qualsiasi recensione, mi permetto di scriverlo con franchezza. Perché la depressione che dovrebbe essere protagonista de L’uomo che trema (e che lo è, da diversi punti di vista) è anche una straordinaria lente di ingrandimento, uno strumento conoscitivo attraverso cui l’autore registra e racconta la modernità che lo attraversa e che lui attraversa e che anche noi attraversiamo, in una lenta discesa dentro il male (oscuro) guidata dalla sottile ma inestinguibile luce della scrittura.

 

La scrittura di Andrea Pomella, appunto; è quello infatti il vero centro di gravità di tutto il racconto, è quello il coltello che taglia il cuore. Una scrittura analitica, quasi un laser esistenziale, che riesce però nel miracolo di non esser né fredda né distaccata; anzi, riesce a essere commovente anche quando seziona e divide, come una lama. Ed è, come accade quasi sempre, la scrittura che fa il racconto, è lo stile che fa la bellezza, è il come che fa il cosa.

 

Insomma, lo avete ben compreso: il libro di Andrea Pomella mi è molto piaciuto. Lo consiglio a tutti, parla anche di alcuni medici (non cardiologi, ma insomma…), e anche quella è una prospettiva utile. Ma più che altro parla di noi, parla di me, di molti dei sentimenti che proviamo e che non sempre sappiamo di provare e che quasi mai sappiamo raccontarci. Quando dice così, per esempio:

 

Esco dal supermercato e cammino lungo la strada ad alto scorrimento che delimita il confine del quartiere in cui vivo, trascinando due enormi buste stracolme di generi alimentari. La luce abbagliante del mattino, il vento fresco autunnale, il trambusto delle macchine che mi sfrecciano accanto, gli anziani che arrancano, che aspettano il verde al semaforo, che esitano davanti alle edicole incerti su come perdere il tempo dilatato e vuoto che si ritrovano a vivere, fanno salire la mia malinconia al livello d’allerta. Allora mi fermo, poso le buste a terra e cerco di respirare con calma. Il mondo mi spezza il cuore. È questa la verità, l’ultimo grado a cui riesco a ridurre la realtà. La domanda che adesso mi pongo non è «Perché sono depresso?», ma «Come fate a non esserlo tutti?»

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Davide Profumo
Davide Profumo
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