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il libro che pretendiamo

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Succede ancora, generalmente d’estate (e i miei tre gentilissimi lettori faranno presto a indovinare il perché…), che sulle colonne dei quotidiani o delle riviste italiane (a proposito, se vi interessasse: qui c’è un bel pezzo su quello che sta diventando, piano piano, il giornalismo in Italia, davvero) divampi un dibattito letterario, o anche solo una polemica tra scrittori. Ricordo qualche anno fa una serie di interventi non sempre lucidissimi sulla presunta morte o «inutilità» della poesia negli anni Duemila (la categoria dell’«utile», quando si parla di letteratura, è sempre garanzia di gustosi divertimenti, diciamolo); e sto cercando si seguire, in questi giorni, un curioso dibattito sulla «megalomania» degli scrittori italiani contemporanei.

 

L’articolo che ha dato il via alla piccola discussione è di Matteo Marchesini, il quale lamenta, riferendosi in particolare a Nicola Lagioia (il cui romanzo La ferocia abbiamo modestamente elogiato su queste inutili pagine virtuali) e ad Antonio Moresco (di cui invece non abbiamo mai parlato perché, ancora più modestamente, non ci piace), la «pretenziosità» a suo dire vacua della scrittura piuttosto in voga in questi anni in Italia. Marchesini scrive un pezzo caustico e sarcastico, meritervole di attenta lettura, in cui dice per esempio:

 

Così oggi, adottando pretenziosi straniamenti distopici e formali o cedendo a un engagement pubblicitario, innumerevoli autori inventano trame nelle quali la vita dei personaggi è appiccicata volontaristicamente all’11 settembre o al G8 di Genova, a operai o camorre, al vintage del sequestro Moro o a quello postcomunista. Anziché riconoscere che tra individui e grandi eventi si estende ormai una palude informe d’insensatezza o d’impotenza, si finge di dominare il contesto sociopolitico planetario, cioè lo si mistifica. Capita perfino ai colossi statunitensi del genere: si pensi allo scotch con cui Don DeLillo attacca certe sfilacciate biografie alla Guerra Fredda o ad al-Qaida. Ma nell’aiuola italiana che ci fa tanto feroci, i difetti americani s’ingigantiscono e immeschiniscono a un tempo.

Anche da noi molti aspirano all’Affresco Eco-Socio-Meta-Psico-Teo-Politico. Ma salvo eccezioni di lucida ingegneria (Walter Siti), il respiro è corto, la lingua falsa, e impera il consueto cibreo di famigghia e finanza, parmigiana della zia e squali mafiosi, sadismo fumettistico e mélo. Il romanziere più inquinante è però quello che si presenta come il logorroico incrocio di uno scienziato della comunicazione con uno studente di gnostica e un esteta della cronaca nera. Penso ad Antonio Scurati, Giuseppe Genna, Wu Ming, Tiziano Scarpa; ma soprattutto a Nicola Lagioia.

 

Sono osservazioni interessanti. Ve le ripopongo nella convinzione che anche voi abbiate avuto tra le mani alcuni romanzi degli autori che Marchesini cita in questo o in altri passaggi del suo articolo (di Scurati e di Scarpa, per esempio, credo di avere già parlato anche sull’Oblò). Ma ancora più interessante (e per me condivisibile) è la più pacata replica di Lorenzo Alunni, che ho letto stamattina e che, non ve lo nascondo, mi ha un po’ rinfrancato. Perché anche io, come Alunni, credo che si debba scrivere per essere Proust, e non accontentandosi di essere Albertino Mussato. Altrimenti, dico io, è meglio posare la penna (o riporre la tastiera) ed uscire a fare un giro con la persona che si ama. Ma Alunni lo dice senz’altro meglio, quando scrive il suo articolo. E a lui, con fiducia, vi lascio oggi:

 

Da lettore mi sento proprio di “pretendere” questo dagli scrittori: che scrivano sempre come se stessero scrivendo un grande romanzo definitivo, per così dire. Non mi sembra il caso di scambiare l’ambizione artistica che ha reso grande certa letteratura con la megalomania o la pretenziosità, che è altro. Altrimenti, non possiamo lamentarci dei midcult, delle opere tutte uguali fra loro, dei troppi libri di poche pretese, della monotonia o trascuratezza stilistica, dei libri pensati solo sulla base del mercato e così via. Che da una parte lamenti le logiche mediatico-editoriali e poi osteggi una delle sue poche possibili vie di salvezza, ovvero che la letteratura italiana cominci a prendersi più sul serio, anche nelle sue manifestazioni più radicali, a me sembra un paradosso. Intendiamoci, non sono tanti i casi in cui il risultato riflette e onora la volontà di scrivere qualcosa di veramente importante, questo è vero. Ma è una tensione, questa, che da lettore, ho sempre bisogno di sentire.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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2 Comments

  1. .mau. ha detto:

    Beh, no, io non scrivo affatto per essere un Proust, e non solo perché non faccio letteratura. In generale scrivo per essere letto. Concordo che la cosa non è sufficiente, perché moneta cattiva scaccia moneta buona, ma non si può neppure pretendere un unico modello da seguire.

    • Davide Profumo Davide Profumo ha detto:

      Sì, senz’altro vero. Nel tuo caso non sarà “ambizione artistica” ma certo c’è ambizione divulgativa o qualcosa del genere (“essere letto”, come dici tu). A me pare che l'”ambizione artistica” debba essere coltivata, come dice Alunni; e non scambiata per “megalomania”, invece.

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