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Il door-to-balloon e il nostro sconfinato ottimismo

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Il door-to-balloon e il nostro sconfinato ottimismo.

Claudio Cuccia
Direttore del Dipartimento Cardiovascolare dell’Istituto Ospedaliero Fondazione Poliambulanza, Brescia

 

Che Stefan Zweig sia stato un grande scrittore non c’è dubbio: la meraviglia dei suoi libri è pari infatti all’oblio che caratterizza loro, i libri, e lui, l’autore. Siamo una specie che dimentica i propri uomini di cultura (anche le donne), ciononostante sopravvive, e sopravvive serena. All’interno di questa specie beata, c’è comunque qualcuno che le domande se le pone (e non è sopravvissuto). Stefan Zweig è stato uno di questi, poveraccio. Nel suo capolavoro “Il mondo di ieri”, si domandava per esempio perché l’Europa fosse entrata in guerra nel 1914:
“Non fu per un ideale, e solo in minima parte per le piccole ragioni di confine; non riesco a spiegarlo in altro modo se non che per questa overdose di energia, tragica conseguenza di quel dinamismo interno accumulatosi in quarant’anni di pace, e impaziente di uno sfogo violento”.
Eh già, di fronte a tanta esplosione della cultura, delle arti, del teatro e della musica, come si poteva pensare di andare incontro a un evento tragico come la guerra?
“A tradirci – sosteneva Zweig – fu proprio quel sentimento che amavamo al di sopra di ogni cosa: il nostro comune, sconfinato ottimismo.”
fig 1 door b
L’ottimismo, dunque. Anche noi, noi che non parliamo di guerra ma di organizzazione al soccorso nel paziente con STEMI (sì, il nostro è proprio un ambito angusto), siamo vittime  dell’ottimismo, quel contraffatto prodotto del benessere, dello status quo, della falsità dell’evidenza. Eccone un esempio. In questi anni il dibattito sull’infarto con l’ST sopraslivellato si è infatti concentrato su una sola cosa: la corsa all’angioplastica primaria. E con un solo obiettivo: garantirsi un pregevole  door-to-balloon. Linee guida, reti, algoritmi e ogni altro stratagemma organizzativo, sono sempre ruotati attorno a questo benedetto tempo, il tempo che va da una porta che si apre (quale fosse, la porta, poco è importato) e un pallone che si gonfia: fatelo in un’oretta e mezza, e il gioco è fatto.
E noi ce l’abbiamo fatta.
Alla faccia dei disfattisti, che parlavano di danno anche per modesti ritardi al pal-lone, che invocavano farmaci o strategie alternative, la sentenza è sempre stata una e una sola: rispetta il door-to-balloon e vivrai felice e contento.
E noi ce l’abbiamo fatta, a rispettarlo.
Ora noi (i cardiologi) siamo felici, siamo contenti, ma, ahimè, scopriamo che in quanto alla vita (dei pazienti), al suo corso, le cose non sono andate come si sperava (1). Non sono infatti bastati più di novantamila pazienti con STEMI inviati all’angioplastica nei tempi finalmente ideali, per dimostrare che la loro vita ricevesse il dono a lei più gradito: mantenersi.
door to ballon 2
door to ballon 3
Incredibile a dirsi, non c’è stata coerenza tra la riduzione del tempo al pallone, puntualmente raggiunta, e la mortalità. Anche i pazienti ad alto rischio, i pazienti dove il tempo si dice sia muscolo pregiato, non sono sfuggiti a questo strano non
risultato.
Che la morte non si curi del door-to-balloon ideale?
Fosse anche vero, noi continueremo a curarci di lui. Il tempo al pallone rimane infatti un sacrosanto indicatore della qualità del processo di cura, un processo che però deve essere istruito per bene, fin dall’esordio dell’evento, e magari prima ancora. D’ora in poi non scorderemo alcuna caratteristica del paziente, terremo in debito conto il tempo d’insorgenza dei sintomi, sarà nostra premura garantire la qualità delle terapie ancillari, trombolisi compresa. Educheremo tanto il paziente quanto il team che lo soccorrerà, un soccorso dove correre non basterà più se non ci si adatterà al tracciato del percorso.
Stefan Zweig, il geniale scrittore, è morto suicida, proprio dopo lo scoppio di una nuova guerra, la seconda mondiale. Non ha retto alla disillusione che ha cancellato entusiasmo e ottimismo giovanile.
Noi sopravvivremo. Il nostro è un microcosmo dove si combattono piccole battaglie, niente di più. Ecco perché sopravvivremo all’idea di un nuovo door-to-balloon: più breve, più agile, decorato di farmaci e di buone intenzioni.
A dirla con Corbellini (2), caro Zweig, “ci sono ragioni più che valide per preferire l’ottimismo razionale al pessimismo nostalgico”.  Un briciolo di buon senso e  il nostro ottimismo tornerà nei suoi ragionevoli confini.
Bibliografia
  1. Menees D.S. et al. Door-to-balloon time and mortality among patients undergoing primary PCI. N Engl J Med 2013;369:901-9
  2. Gilberto Corbellini. Scienza, pag. 100. 2013 Bollati Boringhieri editore.

 

Presentazione_Dr_cuccia_IL_DOOR-TO-BALLOON

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