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il contrario della notte

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Di notte alziamo gli occhi e interroghiamo le stelle, la luna.

Penso a Giacomo Leopardi, quando lo faceva a Recanati, poi a Pisa, infine a Napoli, sulle pendici del Vesuvio. Penso al suo pastore errante che intona il Canto notturno, quelle domande alla luna «Che fai tu in cielo? Dove vai? Cosa cerchi, luna? Cosa cerco, io?». Ma soprattutto penso ai versi vulcanici e prodigiosi della Ginestra, quelli in cui lo sguardo parte da terra, dalla lava indurita e nera, e si alza piano piano, la linea dell’orizzonte, la notte, la luce minima delle stelle, poi le galassie, le nebulose, il nulla infinito e incomprensibile…

Sovente in queste rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e su la mesta landa,
in purissimo azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare…

Ma se penso alla notte leopardiana non posso non pensare alle notti estenuanti di Torquato Tasso, i madrigali silenziosi, gli amori vissuti di nascosto, quel duello buio e mostruoso in cui l’eroe insegue e fa a pezzi il nemico, un cavaliere vestito di nero, ignoto e malvagio infedele, prima di togliergli l’elmo e accorgersi che, mio dio, era lei, la donna amata, mio dio, ha ucciso lei, la donna che amava, che amerà per sempre, in una notte scura che lo ha per sempre condannato ad essere eroe ed essere infelice.

Oppure, quasi subito, penso alla notte di Virgilio, la fuga di Enea mentre Troia è in fiamme, tacitae per amica silentia lunae, il padre preso sulle spalle, la moglie abbandonata nei vicoli scuri, un’altra notte indimenticabile, di morte e di salvezza, in cui il destino prende l’eroe e lo condanna a essere se stesso (e le notti in cui Didone cammina sulle mura di Cartagine, come una pazza, preda di un amore inaccettabile?).

Come la notte dantesca, ovviamente, quella da cui tutto è partito nella selva oscura: la notte che finisce e si apre a un’alba possibile per poi sprofondare in un’altra notte, quella eterna del cono infernale e delle ombre senza stelle. Per poi infine rivederle, le stelle.

E poi ancora la notte manzoniana sul lago di Como, i remi che lentamente si frangono sulla superficie tetra dell’acqua, «il tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna» che vi si specchia, una giovane donna innamorata che nasconde il volto appoggiandolo al bordo della barca e segretamente pensa alla casa che sta lasciando, ai monti che forse non vedrà più, al futuro che ha smesso di attenderla, e piange.

Ma ancora, se proprio volete che pensi alla notte, io penso anche al prigioniero di Montale, «Albe e notti variano qui per pochi segni», il carcere metafisico dell’esistenza, la notte metaforica e interminabile dell’esistenza umana, il sogno d’amore che si fa dormendo al buio, in assenza di stelle, «in contumacia di luna» (questo è un verso di Giovanni Raboni), «se dormendo mi credo ai tuoi piedi» (questo è di nuovo Montale), di notte insomma, al buio, nel buio del Novecento.

E infine, prima che siate voi a farvi venire in mente e a suggerirmi qualche notte letteraria tra tutte quelle che ho dimenticato, una piccola discesa nel contemporaneo (permettetemi, una volta ogni tanto), è in fondo «una notte in Italia, questo taglio di luna, freddo come una lama qualunque…», secondo la canzone di Ivano Fossati, quella che a un certo punto dice anche così: «Questo vento che sa di lontano / E che ci prende la testa…», e poi per fortuna finisce così: «Questo tempo sbandato / Questa notte che corre / E il futuro che viene / A darci fiato».

Ho letto un post che mi ha fatto pensare ai notturni letterari, stamattina. L’ho letto tutto di un fiato, ho vagamente ricordato anche altri versi e altre parole, non avevo voglia di inseguirli, ho scritto di getto quello che mi veniva subito in mente, chiaro e notturno. Il post (lo trovate qui) parla di queste nostre notti che non stiamo vivendo, che abbiamo chiuso fuori dalle nostre case e che non guardiamo più, che forse non ci interrogano più. Lo ha scritto Gianluigi Ricuperati e dice a un certo punto così:

La notte come luogo dell’incontro casuale, apertura di palpebra selvatica urbana, possibilità di accensione, di rivolta, via di fuga e via di ritrovo, è stata così radicalmente strappata dalla trama delle nostre occasioni che sembra impensabile tornare ad assaggiarla. Certo, ci sono mille cene riservate, appuntamenti nascosti, riunioni sociali clandestine. Ma la scomparsa della notte è un trauma dei sensi per la maggior parte di noi … La notte delle città è un fatto olfattivo: i profumi dei ristoranti, del cibo, delle fritture degli scarichi, del sudore di corpi e di tutto ciò che si fuma. Ma è anche un fatto visivo: occupazione delle piazze, traffico, taxi avventurosi, porte di locali simili a reparti di universi sotterranei. E poi, naturalmente, l’udito: il silenzio, sul quale tanto è stato scritto, e che rischia di diventare la nuova normalità: la musica è scomparsa dal tessuto urbano, e il corredo di suoni appare tetro e normativo: polizia, ambulanze, il lavoro non gioioso delle biciclette dei rider. Il tocco della notte è ormai un abbraccio mancato: sembra impensabile che fino a poco fa tutte le nostre sere erano costellate da guance schiocchi di labbra pulviscolo saliva corpi che stringevano brani di altri corpi.

Abbiamo perso molte cose, abbiamo dunque perso anche la notte. E con la notte, abbiamo perso le stelle, la luna, le domande, il silenzio delle risposte. E pensiamo, negli attimi più cupi di queste notti che non abbiamo, che il contrario della notte non è il giorno. È il coprifuoco.

Davide Profumo
Davide Profumo
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