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il commissario e il frate

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Metto insieme con cautela e timore, stamattina, due investigatori molto diversi tra di loro, per nascita, per epoca, per abitudini e per discorsi. Li metto insieme proprio e soltanto in quanto investigatori, in realtà, ma non mi pare pochissimo. Perché questo li accomuna: essere uomini (personaggi creati da uomini) che ricercano la verità laddove la sola verità che può essere cercata è provvisoria ed effimera.

Il primo investigatore si chiama Matthäi e fu inventato dalla penna di Friedrich Dürrenmatt. Ricordo con strana nitidezza la sera in cui aprii la prima pagina del breve romanzo di cui è protagonista, La promessa (comprato casualmente, senza alcuna ragione), e non riuscii a posarlo sul comodino fino alla fine delle sue pagine, a notte fonda. Ero uno studente universitario e quel «Requiem per un romanzo giallo» è rimasto una delle storie di investigazione che ho amato di più, senza eccezioni. Ho poi letto moltissime delle altre cose scritte da Friedrich Dürrenmatt ma nessuna mi ha travolto come accadde con La promessa e il suo commissario Matthäi.

L’altro investigatore è invece un frate francescano, Gugliemo di Baskerville. È quello, lo avete già capito, del Nome della rosa di Umberto Eco, quello con gli occhiali da presbite e la passione sfrenata per i libri, che quasi gli costa la vita, che è una delle tante forme di lussuria che animano le irrequietezze di quel romanzo e conducono i suoi personaggi a scrutare il buio di se stessi. Lo lessi che avevo 15 anni, al liceo (fu consiglio casuale, anche quello, nemmeno mi ricordo di chi): capii pochissimo, credo (lo rilessi in seguito, spero di averne capito di più). Però capii una cosa, già a quell’età: che il mondo che stavo studiando sui manuali di scuola non era diverso dal mio, che era fatto di uomini (e di donne), che le passioni erano le stesse, che la lussuria e gli errori erano gli stessi, che indagarne il senso non era un atto diverso da quello che si poteva fare alla fine del Novecento, in certe canzoni o in certi film.

Metto quindi insieme, con cautela e timore, due investigatori così differenti, stamattina, perché da loro mi pare di avere compreso, in anni che sono passati, che la verità è sfuggente e provvisoria, ma la strada che percorriamo per cercarla è sempre la stessa, mentre passano i secoli e mutano gli strumenti di indagine. Restano invece i nostri occhi (e i nostri occhiali) a cercare di capire, e resta la possibilità di ridere di ciò che si crede di avere trovato, resta la necessità del dubbio come antidoto a qualunque possibile forma di estremismo (e di lussuria).

I due link di oggi, quindi, sono questi. Il primo, su Umberto Eco (a cinque anni dalla sua morte) lo trovate qui. Lo ha scritto Gianfranco Marrone e a un certo punto dice così:

[L’attività filosofica è] non un’accigliata ricerca della verità ultima sull’uomo o sul mondo, ma una dubbiosa interrogazione circa il senso stesso di tale ricerca, un continuo arrabattarsi sui fondamenti del cosmo e sui principi della conoscenza, ben sapendo, con pervicace ironia, che tali fondamenti e tali principi saranno soggetti a inevitabili falsificazioni prossime future. Ridere con la verità, ma soprattutto ridere della verità, diceva frate Guglielmo in chiusura al Nome della rosa, impersonando esattamente, in quel frangente narrativo e con quelle frasi lapidarie, la figura del perfetto filosofo che, criceto felice nella ruota del pensiero, cerca un senso laddove c’è solo il suo simulacro.

Il secondo, che è un bel ritratto intellettuale di Friedrich Dürrenmatt, è on line da qualche giorno grazie alla penna di Raoul Precht (lo trovate qui) e a un certo punto dice così:

L’approccio di Dürrenmatt è fondamentalmente ironico, giacché naturalmente non ignora, pur servendosene alla bisogna, il principio secondo cui il giallo è un genere consolatorio, che permette di rassicurare il lettore con il ristabilimento, da parte dell’investigatore, di una parvenza di ordine, quello stesso ordine che il colpevole aveva sconvolto con il suo crimine.

Entrambi i post, mi pare, sono un invito alla lettura di due grandi scrittori e dei loro romanzi, gialli soltanto in apparenza. A volte, quando ripenso a quelle mie letture giovanili, del tutto casuali e senza guida, mi dico che sono stato, all’epoca, un ragazzo fortunato.

Davide Profumo
Davide Profumo
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