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Ignác Fülöp Semmelweis (1818-­1865)

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La vicenda umana di Semmelweis iniziò nel 1818 a Budapest. Brillante studente in medicina, frequentò a Vienna le lezioni dei due tra i più importanti medici del tempo, Joseph Skoda (1805-­1881) e Carl von Rokitansky (1804­-1878). Skoda incoraggiò il giovane Semmelweis, di cui ammirava l’acume intellettuale, che attendeva con impazienza l’occasione per ini­ziare a farsi onore. Tuttavia un posto vacante presso la clinica di Skoda venne conferito ad un altro medico più anziano professionalmente e Semmelweis ripiegò sulla chirurgia, una parte della medicina in cui vi erano meno concorrenti con cui con­frontarsi perché si trattava a quel tempo di una disciplina di scarso prestigio. La maggior parte degli interventi chirurgici, anche tecnicamente riusciti, terminavano infatti con la morte dei pazienti colpiti da gravi infezioni post operatorie. L’antisepsi era sconosciuta e per giustificare l’insorgere delle complicazioni infettive si invocavano le cause più stravaganti, persino di natura metereologica, ambientale o alimentare.

L’umanità era vissuta per secoli senza conoscere l’esistenza dei microrganismi patogeni. Si sapeva, su di una base unica­mente empirica, che una discreta cura e pulizia degli strumenti chirurgici poteva prevenire le complicanze delle ferite, ma si ignorava il perché questo fatto si verificasse. Gerolamo Fracastoro (1483­-1553), nel suo De contagione et de contagiosis morbis dato alle stampe nel 1546, aveva esposto la convinzione che potevano esistere agenti portatori di infezione che si tra­smettevano da un essere umano ad un altro. L’idea dell’esisten­za di quelli che Fracastoro chiamava con il nome di seminaria del contagio gli era venuta assistendo ad un’epidemia di tifo petecchiale durante il concilio di Trento. Le intuizioni di Fracastoro erano rimaste senza seguito. Nel secolo seguente vi erano state le osservazioni al microscopio dell’olandese Antoni van Leeuwenhoek, che aveva descritto alla fine del Seicento la presenza di microrganismi invisibili ad occhio nudo, piccolissi­mi esseri viventi che non erano stati presi in considerazione come agenti biologici capaci di trasmettere malattie.

Seguendo alla lettera la narrazione biblica, era convinzione comune, anche tra gli uomini di scienza e fino alla fine del XVIII secolo ed oltre, che Dio si fosse occupato direttamente della creazione dell’uomo e degli animali, mentre avesse lasciato all’azione della natura il compito di procreare gli animali più piccoli, conside­rati meno importanti da un punto di vista naturalistico. Esseri viventi di basso rango, perché non erano dotati di capacità cognitive. Anfibi, insetti, vermi e via dicendo sarebbero nati direttamente dal fango e dall’acqua tiepida degli stagni, luoghi in cui avrebbe agito la forza vitale della natura.

Francesco Redi (1626­-1697), con alcuni esperimenti legati alla deposizione delle uova di mosca su carne esposta all’aria, aveva dimostrato come non potessero nascere larve di insetti in contenitori coperti da un tappo ed in cui le mosche non erano potute entra­re a deporre le loro uova. In seguito Lazzaro Spallanzani (1729­-1799) aveva ulteriormente criticato la teoria della generazione spontanea degli esseri viventi. Soltanto Louis Pasteur (1822-­1895), riuscì nel 1864 a confutare definitivamente la teoria della generazione spontanea attraverso delle inattaccabili esperienze con bottiglie di vetro costruite in proposito ed a prova di con­taminazione. Nel 1844, al tempo in cui Semmelweis frequen­tava l’ospedale universitario di Vienna, nessun medico europeo poteva sospettare che esistessero microrganismi capaci di pro­vocare alcune gravi malattie.

Semmelweis prese servizio nel febbraio del 1846, in qualità di professore assistente, presso la clinica ostetrica diretta da Johann Klein (1788­-1856) nell’Ospedale Generale di Vienna. Il flagello delle partorienti di quel tempo era un’entità patologica conosciuta con il nome di febbre puerperale. Le cause di questa malattia, che portava a morte un numero considerevole di donne nonostante il parto si fosse concluso in modo favorevole e senza complicazioni, era ignota. La mortalità poteva colpire oltre un terzo delle puerpere e raggiungere in periodi imprevedibili dell’anno punte ancora più elevate. Commissioni scienti­fiche erano state nominate in tutti i principali ospedali europei senza venire a capo del problema. I decessi erano più frequenti tra le donne del popolo che partorivano in ospedale piuttosto che fra le signore della ricca borghesia e della nobiltà, assistite a domicilio. Esisteva un secondo reparto di maternità presso l’Ospedale di Vienna, quello diretto dal professor Bartch, un medico in rapporti di minore vicinanza con la famiglia imperia­le di cui Klein era l’Ostetrico e il Ginecologo di fiducia. Nel reparto di Bartch la morte da febbre puerperale, pur presente, non raggiungeva una frequenza drammatica come nel reparto diretto dal potente Klein. La cosa attirò l’attenzione di Semmelweis, che si rese conto di una differenza sostanziale tra i due reparti: in quello di Klein erano ospitati gli studenti di medicina per le esercitazioni. Una presenza che non si verifica­va da Bartch, dove a gestire il reparto erano le ostetriche. Semmelweis si convinse che la differenza tra il destino di vita o di morte di tante donne doveva risiedere nella specificità del reparto di Klein.

Si era convinto che la mortalità elevata fosse legata alla presenza gli studenti, che esistesse una relazione misteriosa tra la presenza di questi e la comparsa con maggiore intensità di episodi di febbre puerperale. La risposta gli fu pro­curata da un dettaglio. Le donne povere che partorivano per la strada e venivano in seguito ricoverate da Klein risultavano immuni dalla febbre puerperale. All’ingresso del reparto e nel reparto stesso Semmelweis fece porre delle bacinelle contenen­ti una soluzione di cloruro di calce, con l’ordine per gli studenti ed i medici di lavarsi le mani prima di effettuare qualsiasi mano­vra esplorativa sulle donne gravide. Klein trovò quella misura igienica assolutamente inutile.

Non esisteva nulla nel bagaglio delle conoscenze di un medico dell’epoca che lasciasse presagi­re un ruolo patogeno di un qualcosa presente sulle mani degli studenti. Questi erano soliti frequentare la clinica ostetrica dopo aver effettuato le loro consuete esercitazioni di dissezione sui cadaveri dell’anatomia patologica. Tuttavia neppure un compor­tamento antigienico poteva essere sufficiente, secondo Klein, per vietare le esplorazioni vaginali da parte delle mani sporche degli studenti. Nel 1846 i microbi non esistevano ed attraverso questo convincimento, neppure la possibilità che poco cono­sciuti microrganismi potessero essere portatori di malattie mor­tali. Klein destituì Semmelweis dall’incarico presso la clinica ostetrica il 20 ottobre del 1846. Rientrato a Vienna dopo un lungo viaggio l’anno seguente, il medico ungherese fu accolto a lavorare presso la clinica di Bartch grazie all’intervento diplo­matico e mediatore di Skoda, perché Klein non voleva assoluta­mente reintegrarlo. Appena gli studenti in medicina vennero ammessi a frequentare la clinica di Bartch, la mortalità delle partorienti per febbre puerperale salì al 27% in un solo mese. La prova era sufficiente. Bacinelle contenenti una soluzione di clo­ruro di calce vennero immesse in tutto il reparto e gli studenti che provenivano dalle sale autoptiche obbligati a lavarsi le mani con la soluzione disinfettante prima di potersi accostare alle ricoverate. Nel giro di un altro mese la mortalità per febbre puerperale nel reparto del professor Bartch scese allo 0,27%! Eppure questi risultati così eclatanti caddero nell’indifferenza e non vennero presi in considerazione dalla comunità scientifica. Illustri personalità mediche affermarono di aver ripetuto l’esperienza di Semmelweis senza ottenere gli stessi risultati. Si giunse ad insinuare che il suo lavoro fosse stato approssimativo, la metodica scorretta e le statistiche falsificate.

Nel marzo del 1849 l’incarico presso l’Ospedale Generale di Vienna gli fu revocato definitivamente ed egli dovette tornare a Budapest. Il professor Birley, un ostetrico ungherese, gli chiese di andare a lavorare con lui alla maternità dell’Ospedale San Rocco di Budapest. Gli raccomandò di non creare ulteriori incidenti diplomatici attraverso l’affermazione contro tutti e contro ogni ostacolo della sua singolare teoria sulla febbre puerperale, perché non voleva si creassero attriti con Vienna. Semmelweis accon­sentì, anche se in segreto stava già lavorando da tempo ad un vero e proprio trattato sull’eziologia della febbre puerperale, un testo in tedesco che uscirà nel 1861.

Alla morte di Birley nel 1856, Semmelweis gli successe alla guida della Maternità di San Rocco. Riprese ad imporre ai suoi collaboratori il lavaggio fre­quente delle mani, il cambio delle lenzuola dopo ogni parto e altre misure di igiene ambientale. Questa volta le cose non andarono in modo così eclatante, come nella prima esperienza viennese. La mortalità per febbre puerperale ebbe un calo nel reparto diretto da Semmelweis, ma non di entità simile a quel­la che si era verificata nella clinica di Klein qualche anno prima. La causa rimase ignota, anche se da alcune dicerie fu possibile ipotizzare un boicottaggio da parte dei medici e del personale della Maternità di San Rocco, consistente nella mancata appli­cazione delle misure di prevenzione imposte da Semmelweis. La ragione di Semmelweis cominciò a vacillare. Un viaggio a Parigi di un suo allievo, il dottor Arneth, compiuto per divulga­re le ricerche sulla febbre puerperale, rimase senza alcun esito. Iniziò a confabulare tra sé e sé, ad avere improvvisi accessi d’ira ed evidenti ed imbarazzanti disturbi percettivi, come allucina­zioni visive ed uditive. Fu rimosso dal suo incarico e assegnato ad un non ben determinato ruolo di professore a disposizione.

Nel giugno del 1865 i disturbi psichici di Semmelweis peggio­rarono ulteriormente, tanto da richiedere il suo internamento. Gli amici medici von Hebra e Skoda, gli unici che gli erano rimasti, lo fecero invece ricoverare in un manicomio di Vienna, dove morì nell’agosto del 1865, forse per le conseguenze di bru­tali percosse cui lo avevano sottoposto gli inservienti.

Esiste un’altra versione sulla causa della morte di Semmelweis, molto più angosciosa e popolare. Secondo questo racconto, poche set­timane prima di morire, il medico ungherese si sarebbe ferito accidentalmente praticando un’autopsia, nel corso di uno dei suoi accessi incontrollati di follia. Si era in tal modo condanna­to da solo alla setticemia da infezione cadaverica.

Questo parti­colare angosciante parrebbe oggi destituito di fondamento, mentre rimane tutta l’ingiustizia del suo infelice destino. Semmelweis aveva intuito per primo la presenza di una causa specifica delle infezioni, un nemico misterioso che era possibile vincere e controllare attraverso dei semplici interventi igienici. Le scoperte di Louis Pasteur avrebbero fatto definitivamente luce sugli agenti eziologici di tante altre infezioni. Avrebbero aperto la strada alla comprensione del ruolo svolto nella genesi delle malattie dalle forme di vita microscopiche, conosciute da circa due secoli, ma trascurate nella loro importanza biologica. Semmelweis aveva compreso quasi tutto, ma la sua sfortuna professionale e umana sarà quella di essere andato troppo avan­ti lungo una strada dove nessuno a quel tempo poteva o voleva seguirlo, per ignoranza e purtroppo radicato pregiudizio.

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