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i ritagli di ottobre

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Ogni giorno, perlustrando il web alla ricerca di qualcosa che possa essere interessante per l’Oblò, mi segno alcuni articoli, alcuni spunti, che forse mi saranno utili. Ma non tutti poi, in realtà, mi vengono davvero utili: alcuni restano sospesi, inutilizzati, senza una storia che li tenga insieme. E però sono articoli o spunti molto belli, forse anche più che belli, senz’altro interessanti. Per questo, dopo averne lasciati indietro già un po’ troppi, ho deciso che alla fine di ogni mese, finché mi sopporterete, pubblicherò rapidamente questi «ritagli», quasi senza commento, al solo scopo di non dimenticarli; nella speranza che incontrino il favore di almeno qualcuno di voi, e che quindi non vadano inutilmente persi. Che magari poi succede, come spesso per i pranzi e le cene vere e importanti: che gli avanzi del giorno dopo sono quasi più buoni dei piatti del giorno prima.

 

Della storia di un dipinto di Caravaggio troppo famoso per essere rubato. Il quale venne rubato e non è mai più stato ritrovato.

 

Di quello che ci direbbe Ennio Flaiano se gli chiedessimo un’opinione sui tempi che ci è capitato di vivere.

 

Del destino un po’ triste delle piccole città italiane trasformate in cartoline per turisti distratti.

 

Della voce inconfondibile di un monaco, che ci arriva ancora nitida da tempi lontanissimi.

 

Dell’apocalisse che si avvicina e del tempo che forse non abbiamo nemmeno più.

 

Di quello che sta avvenendo nei luoghi da cui partono le contemporanee migrazioni di esseri umani.

 

Di un libro che parla solo di acciughe. Tutte le acciughe possibili.

 

Di meritocrazia e desertificazione all’interno delle università italiane.

 

Di un medico che non crede nelle possibilità dell’arte: un romanzo.

 

Di quello che ha da dirci il nuovo libro di Antonio Scurati; e di come possa valere la pena starlo a sentire.

 

Di cultura greca e traduttori arabi: una storia che sta alle origini del nostro mondo occidentale.

 

Di Giacomo Leopardi filosofo.

 

Della poesia straordinaria di Ovidio, che cantò la fine di un’epoca e la proiettò nel futuro lontano, il nostro.

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Davide Profumo
Davide Profumo
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