i ritagli di gennaio

Ogni giorno, perlustrando il web alla ricerca di qualcosa che possa essere interessante per l’Oblò, mi segno alcuni articoli, alcuni spunti, che forse mi saranno utili. Ma non tutti poi, in realtà, mi vengono davvero utili: alcuni restano sospesi, inutilizzati, senza una storia che li tenga insieme. E però sono articoli o spunti molto belli, forse anche più che belli, senz’altro interessanti. Per questo, dopo averne lasciati indietro già un po’ troppi, ho deciso che alla fine di ogni mese, finché mi sopporterete, pubblicherò rapidamente questi «ritagli», quasi senza commento, al solo scopo di non dimenticarli; nella speranza che incontrino il favore di almeno qualcuno di voi, e che quindi non vadano inutilmente persi. Che magari poi succede, come spesso per i pranzi e le cene vere e importanti: che gli avanzi del giorno dopo sono quasi più buoni dei piatti del giorno prima.

 

Della lingua di pattumiera che crediamo di parlare e da cui invece veniamo sempre più parlati. E del mondo che tale lingua ci racconta.

 

Della storia di un uomo che aveva un tumore e pensava di essere riuscito a sconfiggerlo usando soltanto i «rimedi naturali». E invece, naturalmente, no.

 

Di quello che ancora non siamo riusciti a leggere entro le pagine del diario di Anna Frank.

 

Di quanto Barack Obama abbia lasciato agli Stati Uniti e di quanto abbia lasciato a noi: due idee per una storia che dovremo raccontarci a lungo, in futuro.

 

Di Genova, città poetica entro i versi di Massimo Morasso.

 

Della nuova traduzione italiana di Finnegans Wake di James Joyce: e della necessità che tutti, a questo punto, abbiamo di leggerlo.

 

Del carattere tipografico inventato mezzo millennio fa e in cui ancora sono scritti (quasi) tutti i libri che leggiamo.

 

Della bolla comunicativa di cui facciamo parte, che contribuiamo a creare, in cui infine abitiamo.

 

Di una visione della scuola italiana, che pare procedere verso magnifiche sorti e invece forse si sta attardando dietro inutili fantasmi.

 

Dello sport come strumento del consenso e di chi lo inventò.

 

Di Aragona, un paese siciliano da cui tutti vogliono scappare. E della metafora che Aragona è.

 

Della funzione che l’intellettuale contemporaneo non può rinunciare ad avere (ed è la stessa di sempre).

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Davide P.
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