i ritagli di aprile

Ogni giorno, perlustrando il web alla ricerca di qualcosa che possa essere interessante per l’Oblò, mi segno alcuni articoli, alcuni spunti, che forse mi saranno utili. Ma non tutti poi, in realtà, mi vengono davvero utili: alcuni restano sospesi, inutilizzati, senza una storia che li tenga insieme. E però sono articoli o spunti molto belli, forse anche più che belli, senz’altro interessanti. Per questo, dopo averne lasciati indietro già un po’ troppi, ho deciso che alla fine di ogni mese, finché mi sopporterete, pubblicherò rapidamente questi «ritagli», quasi senza commento, al solo scopo di non dimenticarli; nella speranza che incontrino il favore di almeno qualcuno di voi, e che quindi non vadano inutilmente persi. Che magari poi succede, come spesso per i pranzi e le cene vere e importanti: che gli avanzi del giorno dopo sono quasi più buoni dei piatti del giorno prima.

Di alcuni grandi libri dei secoli passati che, nel modo in cui soltanto la grande letteratura sa fare, ci parlano della crisi economica che stiamo vivendo.

Di un aprile di 24 anni fa, a Sarajevo. Di come ci si possa trovare a vivere in una città assediata da un giorno all’altro, senza che nessuno ti abbia avvertito.

Del conformismo e di Internet: una visione di un mondo su cui eravamo stato troppo ottimisti (ma ci sono davvero dei responsabili che non siamo noi stessi?)

Di urla in mare, di corpi abbandonati sulla spiaggia di come sia necessario sapere cosa sia diventata l’isola di Lesbo.

Della tragedia come esperienza e del tragico come genere: alcuni appunti sull’impostura letteraria e il racconto del lager (è un post davvero molto importante, parere mio).

Di cioccolata fondente vegana e di etichette che ce la «spiegano».

Del mondo infantile in bianco e nero, dei semafori blu che potreste trovare in Giappone, del rosso indossato durante gli esami e di alcune altre curiosità sui colori.

Di una squadra di calcio in Dalmazia che è stata, da sempre, più di una squadra di calcio.

Del sorriso di una ragazza, di una storia che avremmo definito un giorno «esemplare», della civiltà che ci abbiamo impiegato secoli a fondare.

Del libro che, forse, dovremmo salvare nel caso in cui non ne potesse rimanere nessun altro.

Dell’essere nati più poveri oggi, delle conseguenze di domani e dopodomani.

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Davide P.
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