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i nostri naufraghi cuori

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Ogni tanto, tra queste pagine virtuali e un po’ nascoste, parliamo di un poeta; così, perché lo abbiamo amato, o perché ce ne siamo improvvisamente ricordati, o perché lo abbiamo dimenticato e ci siamo appunto appena ricordati di averlo dimenticato, sbagliando. E anche oggi allora, benché sia uscito un bel post ancora su David Bowie e la costruzione di un’identità nel mondo delle false rappresentazioni (che potete leggere qui) e benché i Wu Ming abbiano scritto il consueto articolo-fiume su un altro articolo scritto da uno dei giornalisti più telegenici d’Italia (lo trovate qui, è lungo ma apre un mondo su una certa insopportabile maniera di costruire le informazioni in Italia, io lo leggerei, se avete tempo), anche oggi quindi parliamo di un poeta. Anzi, lasciamo che sia lui, grazie a un post che si trova in rete da poche ore, a parlarci di sé attraverso le sue lettere, che forse ci condurranno di nuovo alle sue poesie, le quali ci faranno capire che davvero sbagliavamo a esserci dimenticati di loro e di lui, che le aveva scritte, un secolo fa.

 

Il poeta di cui parliamo oggi è Dino Campana e fu sfortunato in vita quanto ormai lo è in morte. Io a scuola, in quinta, non lo nomino nemmeno più, tanto non lo legge più nessuno, neppure io, e gli alunni se lo dimenticano subito come, colpevolmente, me lo sono nel frattempo dimenticato anch’io. Eppure mi ricordo che una volta lo lessi e che mi piacque; e ho la sua raccolta completa in casa, su uno scaffale che ora guardo da lontano, mentre corro con le dita sulla tastiera; e ricordo anche che lo trovai così diverso e che pensai che è proprio di voci diverse che ha bisogno, sempre, la poesia e il mondo di cui la poesia cerca di essere codice di decifrazione. E poi ricordo di avere letto anche un libro che raccontava la sua struggente e disperata storia d’amore con Sibilla, ma non ricordo più che libro sia (e no, non era La notte della cometa di Vassalli, che pure vale la pena di un paio di serate passate a leggerlo, se avete tempo). Comunque il post introduce la raccolta delle sue lettere, significativamente intitolata Al diavolo con le mie gambe. In qualche modo rappresenta la speranza che qualcuno passi di qua e riprenda in mano un po’ delle sue poesie, riscoprendoci dentro qualcvosa che parli ancora, a noi oggi. Il post dice così:

 

Un ragazzo che non riesce a stare seduto né a scuola né al bar né alle cene, un ragazzo il cui dolore e le cui estasi, riportate in chiara grafia su un manipolo di pagine, si tradurranno in altre estasi anche per chi le leggerà. Un ragazzo che trova Benedetto Croce simile a quei vecchi sacerdoti che frenano la vitalità delle nuove generazioni, e i suoi coetanei nei caffè fiorentini troppo simili a chiassose, prepotenti baccanti. Quelle baccanti da cui finì sbranato un altro ragazzo, Orfeo, che tra gli ottusi sacerdoti del padre Apollo era cresciuto, nel tentativo di portare a compimento la missione di conciliare la Ragione di Apollo e di Zeus con l’Istinto vitalistico di Dioniso.

 

Mentre l’inizio di una sua poesia, per esempio, è questo:

 

Io vidi dal ponte della nave

I colli di Spagna

Svanire, nel verde

Dentro il crepuscolo d’oro la bruna terra celando

Come una melodia:

D’ignota scena fanciulla sola

Come una melodia

Blu, su la riva dei colli ancora tremare una viola…

Illanguidiva la sera celeste sul mare:

Pure i dorati silenzii ad ora ad ora dell’ale

Varcaron lentamente in un azzurreggiare:

Lontani tinti dei varii colori

Dai più lontani silenzii

Ne la celeste sera varcaron gli uccelli d’oro: la nave

Già cieca varcando battendo la tenebra

Coi nostri naufraghi cuori

Battendo la tenebra l’ale celeste sul mare […]

Davide Profumo
Davide Profumo
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