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i nostri desideri

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È stato molto bello (anche se, permettetemi, è stato anche molto brutto che sia avvenuto in occasione di una morte e non, che so io, di un compleanno o della nascita di un nipotino), è stato molto bello, dicevo, leggere in questa settimana, appena trascorsa tra un impegno inutile e l’altro ancora più inutile, come più o meno trascorrono quasi tutte le mie settimane (ma sono sicuro che le vostre assai di meno) e immagino che un giorno mi volterò per vedere dove siano finite tutte queste settimane che mi trascorrono inutilmente, è stato insomma davvero molto bello leggere commenti ed estratti e interviste sull’opera e il pensiero di René Girard, che in questa settimana, appunto, ci ha lasciati: è morto.

 

René Girard era un filosofo e un critico letterario. Le più stringate notizie biografiche dicono che era nato ad Avignone (città già allegorica, naturalmente) e che ha elaborato e via via precisato la teoria del «desiderio mimetico»; e ha scritto tanti libri importanti.

 

Per questo è stato bello leggere pagine dense e intelligenti sul suo pensiero e sulla sua figura, in questi giorni. E per questo ho deciso di linkarvene alcune, dalle quali, se vorrete, potrete partire per capire qualcosa di più del poco che ho capito io sulla filosofia e l’antropologia di Girard. Per esempio ho trovato molto bello questo post, scritto da Alfio Squillaci, che vi porrà subito in mezzo alla quaestio girardiana per eccellenza:

 

Cosa sappiamo del desiderio umano? L’opinione dominante, tanto nelle scienze umane che nel senso comune, è che l’uomo fissi in modo completamente autonomo il suo desiderio su un oggetto. Quest’approccio spiegherebbe la nascita del desiderio col fatto che ogni oggetto possiede in sé un valore suscettibile di polarizzare il desiderio medesimo.

Guardando da presso la nostra esperienza quotidiana vediamo che il desiderio che ho per questa donna, questa ambizione di riuscire nel mio lavoro o questa nuova automobile che prevedo di comperare sembrerebbero procedere unicamente dalla mia libera scelta. Questa visione lineare del desiderio che collega con una linea retta il soggetto all’oggetto è a tutta prima di una semplicità evidente, ma ci costringe tuttavia ad un certo numero di contorsioni quando tentiamo di spiegare con lo stesso sistema esplicativo fenomeni strettamente legati al desiderio quali l’invidia o la gelosia.

Riflettendoci bene (ma lo riconosciamo abbastanza di rado): noi desideriamo meno l’oggetto di quanto invidiamo la persona che possiede quell’oggetto; quest’ultimo non avendo quindi che un’importanza molto relativa. E, in alcuni casi, traiamo soddisfazione, più che dal possesso dell’oggetto stesso, dal fatto che l’altro non riesca a possederlo. Del resto la pubblicità, quest’inno al possesso di oggetti, offre alla nostra coscienza desiderante non già un prodotto nella sua, per così dire, cosalità, ma delle persone, degli altri, che desiderano questo prodotto e che sembrano bearsi del suo possesso.

Analizzando le grandi opere romanzesche (Cervantes, Stendhal, Proust e Dostoevskij), René Girard individua un meccanismo del desiderio umano completamente nuovo. Quest’ultimo non si fisserebbe in maniera autonoma secondo una via lineare: soggetto – oggetto, ma – per imitazione del desiderio di un altro – secondo uno schema triangolare: soggetto – modello – oggetto.

 

E se sarete arrivati alla fine del post, secondo me, vi sarà venuta voglia di approfondire i temi qui presentati. E allora vi consiglio di saltare immediatamente su un altro sito, dove troverete un altro articolo, ancora più stimolante. Il quale articolo, scritto da Raffaele Alberto Ventura, dice per esempio così:

 

Il desiderio è all’origine della violenza. Quando due uomini desiderano la medesima cosa, come mostrano gli antichi miti e la letteratura, questo pone le condizioni per un conflitto. Per giunta gli uomini sono naturalmente portati a desiderare la stessa cosa, a costruire il proprio desiderio ispirandosi al desiderio degli altri. Questo è vero più che mai nelle società borghesi, dove l’Homo economicus non rivaleggia per i beni di prima necessità quanto piuttosto per i beni posizionali, ovvero tutti quei consumi che servono a definire un rango sociale. Insomma la violenza non nasce dal confronto tra diversi ma tra uguali, ed è proprio l’uguale che temiamo anche in colui che crediamo essere diverso: ad esempio il profugo siriano che ci assomiglia tanto da volere la stessa cosa che vogliamo noi. È il fratello la figura dell’avversario. Lo stesso complesso di Edipo, in fondo, è un conflitto mimetico.

 

Oppure, per non farvi mancare niente, potreste ricominciare da questo articolo di Barbara Carnevali che si intitola Gli uomini saranno dèi gli uni per gli altri e che approfondisce le stesse tematiche, decisiva per Girard ma anche per la nostra vita sociale, a bene vedere:

 

Ogni desiderio umano è desiderio invidioso, e questa verità disturbante sarebbe confermata proprio dalla resistenza che il fenomeno oppone ai tentativi di rivelazione. In più occasioni, Girard sosterrà che l’importanza dei fenomeni psichici è sempre proporzionale al loro diniego: sotto questo profilo l’invidia è paragonabile a ciò che la psicanalisi definisce «rimosso», al punto che sarebbe difficile dire quale sia il segreto più nascosto dell’animo umano. Il paragone è illuminante. Non diversamente da quella di Freud, infatti, la teoria mimetica si fonda su un presupposto di metodo fortemente riduzionistico: per far emergere il rimosso e rivelare «le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo» bisogna preliminarmente ridurre la realtà, ossia semplificare il volto sfaccettato delle sue manifestazioni fenomeniche, distinguendo ciò che è primario da ciò che è secondario, conservando l’essenziale ed eliminando il superfluo.

 

Direi che è già abbastanza così, per una bella mattina come questa; e che nessuno di voi avrà voglia di esagerare, cercando altro materiale o altre riflessioni. Però spero che vi siate goduti alcune delle cose stimolanti che si possono dire sull’opera di René Girard. E se invece non vi foste divertiti abbastanza, potrei anche regalarvi il solito link un po’ perfido, sempre a proposito di filosofia (anzi no: a proposito di filosofi, per essere precisi…). È oggi una breve scrittura di Guido Vitiello, che ci racconta di un volume di filosofi italiani contemporanei. In cui però non ci sono riflessioni, ma soltanto fotografie. E mi pare che sia molto eloquente e stimolante anche questo. Vitiello, insomma, ne dice sinteticamente così: «La filosofia italiana appare in queste pagine come una grande galleria di linguacce, smorfie, bamboleggiamenti demenziali». Ma forse è un po’ troppo cattivo.

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Davide Profumo
Davide Profumo

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