i luoghi che parlano

È difficile parlare di un luogo quando non è più nemmeno l’ombra di un luogo ma è diventato un simbolo, un fantasma, un’idea di male o di bene, una minaccia o un’utopia. È pertanto assai difficile parlare di Cuba, che tale è da più di un decennio; ed è ancora più difficile farlo oggi, a poche ore dalla morte dell’uomo che ha consegnato quell’isola caraibica a un destino novecentesco talmente eccentrico da renderla appunto un’idea più che un luogo, un’utopia, una minaccia, un fantasma.

 

Per questo (per la difficoltà del’impresa e per la sua necessità) mi è piaciuto il lungo post che ha scritto ieri, tra le ore del pomeriggio e quelle della sera, Lia Haramlik De Feo, che a Cuba ha vissuto per tre (recentissimi) anni e che di Cuba dice cose molto diverse da quelle che siamo abituati a leggere o ascoltare (secondo la retorica un po’ inutile che ha costituito un certo stilizzato racconto di Cuba negli ultimi trent’anni).

 

La descrizione (lunga, ma necessaria e importante) di Lia inizia così:

 

Io non ho amato Cuba, nei tre anni trascorsi a studiare lì. Tanto è vero che mi spostavo in Messico ogni volta che potevo, e alla fine a Cuba ci avrò trascorso un anno e mezzo in totale. Non l’ho amata perché amo poco le isole, in generale, e perché i cubani mi davano sui nervi, parecchio.  E la pativo: l’embargo è uno stillicidio di cose che non funzionano, che non si trovano, che sono difficilissime da fare. L’embargo crea paesi logoranti dove la sopravvivenza è legata all’organizzazione che ti dai, e dove tu, straniero, sei sempre in torto: perché hai più soldi – credono loro – e vieni dalla parte di mondo che la vorrebbe vedere cadere, Cuba, e l’isola risponde togliendoti ogni tratto umano e trasformandoti in un portafogli che cammina, caricaturizzandoti nel cliché dello straniero a Cuba che, nove volte su dieci, non è una bella persona.

 

E va avanti, arrivando a scrivere anche cose un po’ spiazzanti (per noi, che conosciamo il racconto retorico di quell’isola lontana, senza mai averla nemmeno vista…), come queste:

 

C’è chi ama (amava, gesù) Fidel e chi lo detesta/detestava. E chi, la maggior parte, ha sentimenti ambigui, tra l’ammirazione e il rancore. Chi cambia idea ogni secondo. Perché, di fondo, i cubani sono orgogliosi delle loro conquiste. Sono orgogliosi di quello che hanno combinato. E fanno catenaccio, sono uniti, sono isolani. Ecco, sono isolani. Non capisci Cuba se non ti metti in testa questo: che sono isolani, e per loro il mondo è Cuba e tutto il resto c’è se serve, sennò può pure affondare. Vogliono scappare? In realtà vogliono viaggiare. Perché sono isolani, appunto. C’è tanto mondo che non hanno mai visto. E poi, certo, vogliono soldi. Vogliono comprare cose. Vogliono guadagnare, come è umano che sia. Ma poi vogliono tornare. I cubani muoiono di nostalgia, lontano da casa, dalla famiglia, dalla loro gente, dal loro riso e fagioli.

 

Altrettanto stranianti mi paiono poi i discorsi degli stranieri che celebrano i cubani come un popolo di felici danzerini sempre di buon umore e simpatici, uh, che simpatici. Di buon umore? Io, gente stronza come all’Avana ne ho vista poca, in vita mia. Quando diventa chiaro che non li vuoi scopare, che non gli vuoi offrire da bere, che non ti caveranno una lira, tu diventi trasparente ma attorno a te si dispiega la realtà: gente affaticata, incazzosissima, arrogante o, semplicemente, con i cazzi suoi a cui pensare, come è giusto e normale che sia. No, non sono ciarlieri: puoi farti un’ora su un taxi collettivo strapieno senza che nessuno parli con nessuno. Puoi andare mille volte allo stesso bar senza scambiare una parola col barista. Ricevere una gentilezza gratis è rarissimo, ricevere un sorriso non interessato di più. Se sei in difficoltà attiri gli squali. E più è giovane, la gente, e più è stronza.

 

Insomma, è una fotografia di parole che può esservi utile se state cercando, come sto provando a fare io, in queste ore, di mettere un po’ di ordine tra i pensieri che avete a proposito di Fidel Castro, appena scomparso, e tutte le sollecitazioni (non di rado ideologiche) che ci arrivano da fuori, dalle tv e dai giornali.

 

E poi c’è, come sempre, il fatto che i luoghi sono prima di tutto il racconto che ce ne facciamo o che ce ne fanno gli altri. E che, per così dire, ogni luogo è un luogo letterario e allegorico, se lo sappiamo ascoltare e se lo vogliamo guardare con gli occhi che le parole ci hanno fornito (che altri, tutto sommato, non ne abbiamo). Per cui, a chiudere e quasi come sollecitazione al viaggio, vi invito a leggere questa strana descrizione di una delle piazze più famose e devastate (dal turismo di massa) d’Italia. È una descrizione notturna, così metafisica da sembrare un quadro di De Chirico. Forse vi succederà come a me: che, essendo Cuba un po’ troppo lontana, vi verrà immediatamente voglia di partire almeno per Firenze; e di capire se davvero hanno ragione le parole o se invece non è vero niente, i luoghi non parlano e siamo invece noi, da quaggiù lontano, che ci illudiamo che lo facciano:

 

Andate di notte, in piazza della Signoria, quando non c’è strimpelli, né baccano, e i fiumi di flash sono tornati negli argini dei borsoni e i borsoni, i marsupi, gli ombrellini, gli zainetti, le asticelle e le mandrie tonitruanti sono rintanate nelle stanze, e negli antri, negli alberghi, agli ultimi piani. Andateci di notte, d’autunno, e se pioviggina meglio. Puntate la sveglia. Fate lo sforzo. O tirate tardi. Le quattro, di solito, sono l’orario migliore. Spogliate dalle luci e dal chiasso le statue vi appariranno come una famiglia di spettri.

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Davide P.
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