I giorni del viaggio

L’estate, per letizia sua di clima e per scarsa nostra fantasia di ferie lavorative, è anche la stagione dei viaggi. Ed è bello per me tornare sulla mia sedia, dentro il mio piccolo studio, tra i suoi grandi libri, e leggere sul web che altri hanno saputo raccontare i loro viaggi (e quindi i luoghi che li hanno formati) molto meglio di come saprei fare io (che non ho fatto né un viaggio, quest’anno, e sotto sotto nemmeno una vacanza: ma non saprei come definire quello che ho fatto, e pertanto, scusatemi, non lo definisco…). E quindi, appena tornato, ho letto con piacere che è uscito un nuovo libro di Pino Cacucci (che è secondo me uno dei migliori narratori di viaggio che scrivano oggi – anche se a ben vedere, Cacucci non scrive quasi mai libri che siano davvero di viaggio…): il romanzo si intitola Mahahual e ne fa una bella presentazione Fabrizio Lorusso, su Carmilla online, se avete tempo.

 

Che poi, lo sappiamo fin troppo bene – dalla Ryanair in avanti -, non è certo la distanza che fa il viaggio. Che forse andare al parco un pomeriggio di sole e sedersi su una panchina è un viaggio più bello e più lungo di un fine settimana a Istanbul, se impariamo a farlo. Come splendidamente ci spiega e racconta la storica del’arte Alessandra Sarchi, quando scrive così:

 

Su un’isoletta popolata da alti pioppi cipressini viene allestita la sua tomba [di Rousseau], che da quel momento in poi diviene il fulcro della promenade all’interno della tenuta. E quando il bancpellegrinaggio all’isola diventa eccessivo, e quindi proibito, la panca delle madri di famiglia posta sulla riva opposta assume il ruolo di punto di contemplazione privilegiato. Riflessione sullo scorrere del tempo, elegia, introspezione, contatto con la natura, identificazione con un uomo circondato subito da un’aureola di santità laica: questi gli elementi che tantissimi visitatori, fra cui potenti, reali, capi di stato e intellettuali da tutta Europa, cercano nella visita a Ermenonville e nella vista della tomba di Rousseau, celebrata da componimenti e incisioni innumerevoli. La panca delle madri di famiglia, con la sua iscrizione che inneggia alla vita, è il punto di osservazione ideale di una passeggiata che è una forma di viaggio interiore che si confronta con la morte.

 

E ben più vicina del Messico è anche la Calabria, cui Claudio Giunta ha dedicato in queste settimane un bel diario di viaggio (“di istruzione” a esser precisi, in tre puntate: la prima, la seconda, la terza; nel quale bellissime sono anche alcune fotografie), entro cui scrive anche così:

 

Uno entra a Locri e si aspetta il Far West, invece è tutto normale, una cittadina costiera del sud come uno se la immagina se non ha troppe pretese. Qualche negozio di lusso di troppo, in mezzo al brutto nonfinito calabrese (vedi oltre). «Mica solo a Milano», commenta sapientemente Giuseppe: «la ’ndrangheta è arrivata persino qui».

 

E infine, per chiudere in leggerezza, fa sorridere (ma non solo) il folgorante diario di un ritorno a Gravina in Puglia. E buon ritorno a tutti, insomma: che da qui ricomincia il viaggio dei giorni, e non è nemmeno detto che sarà meno bello, meno faticoso e meno viaggio.

Davide P.
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