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27 Maggio 2018

gli eredi

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Parleremo molto di Philip Roth, nei prossimi giorni (nei prossimi mesi). Sarà giusto (e bello) così, sarà importante, sarà soprattutto, io credo, necessario. Rileggeremo qualcuno dei suoi romanzi, risistemeremo i suoi libri nelle nostre piccole, domestiche librerie, cercheremo di capire meglio, di capire di più, di apprezzare davvero. E quelli più bravi scriveranno molto su Philip Roth, nei prossimi mesi (nei prossimi anni), e io cercherò di rimanere attento per riproporvi tutto quello che quelli più bravi sapranno scrivere di Philip Roth e dei suoi romanzi. Perché la letteratura ha questo di bellissimo: che è parola lieve ma è soprattutto solida eredità, che non smette di scorrere insieme al sangue di chi l’ha inventata, che continua, che insiste, che persiste, che porta bellezza anche negli anni (nei decenni) lontani, che verranno.

 

Parleremo molto di Philip Roth nei prossimi tempi, e dunque per oggi io mi limito a due estratti che ho trovato stamattina in rete, un po’ di fretta, appena sveglio, appena venuto a sapere. Li trovate qui. E poi c’è anche un altro brevissimo brano che vorrei proporre, in cui ho trovato parole di Roth che non conoscevo e che mi sono piaciute molto. Sono queste:

 

Non solo puoi tornare a casa, dice Roth. Non puoi fare altro che tornare a casa.

 

Ma siccome le eredità restano agli eredi, che siamo noi, e siccome le eredità persistono nei decenni, che sono i nostri, mi pare bello stamattina, proporvi questo altro brano, che parla di Montale. E non di Montale di per sé, ma di Montale oggi, in una classe di futuri operai specializzati, in un contesto in cui di Montale a nessuno dovrebbe importargliene nulla, tra giovani persone che forse non sanno di essere eredi di niente. È un racconto bello (per me emozionante). Dice appunto che la poesia non muore, che la letteratura sopravvive, che siamo eredi e depositari di una lunga storia di cui anche, certe mattine, siamo sopraffatti testimoni. Vi consiglio quindi di arrivare alla fine di questo piccolo episodio di scuola. Nel quale si dice così:

 

Ma sono stanco, sento tutto il peso di un anno faticoso, intenso, il fiatone di ore battagliate per non cedere un centimetro del posto occupato dalla letteratura nella mia classe. Così, come mi accade quando sento venire meno le forze, decido di accelerare anziché rallentare: «anzi no. Andate a pagina 366. Prendete la poesia I limoni. L’introduzione a Ossi di seppia la faremo la prossima volta. Iniziamo con un testo d’ingresso, così, al buio, per capire quello che ci aspetta». Appena un attimo dopo già mi maledico. L’ultimo segreto, lo sbaglio di Natura, il punto morto del mondo, l’anello che non tiene. Adesso mettili un po’ nel mezzo di una verità se ne sei capace…

Davide Profumo
Davide Profumo
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