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Giovanni Alfonso Borrelli (1608­-1679)

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Nel Seicento l’organismo umano e quello degli animali venne visto come una macchina scomponibile in strutture sem­pre più semplici e funzionanti autonomamente. Entità riprodu­cibili con disegni e modelli, come un braccio ed una gamba, in cui le ossa, le articolazioni, i muscoli e i tendini, potevano esse­re sostituiti da pulegge, cinghie ed aste. Teorico del meccanici­smo fu il matematico napoletano Giovanni Alfonso Borrelli (1608­-1679), figlio probabilmente illegittimo di un soldato spagnolo di stanza in Italia. Allievo di Benedetto Castelli (1577­-1643), a sua volta discepolo di Galileo Galilei, Borrelli pose le basi di quella che sarà definita come iatromeccanica. Si potrebbe tradurre questo termine con quello più moderno e comprensibile di biofisica, cioè una visione della medicina che tendeva a spiegare i fenomeni biologici come un’interazione armonica tra forze fisiche e chimiche, esaminabili attraverso la sperimentazione e la riproduzione del fenomeno indagato in un modello funzionale. Nella prima metà del XVII secolo si osser­vò un ritorno d’interesse verso la teoria atomistica della materia derivata dalle idee di Democrito. L’invenzione del microscopio, ad opera dell’olandese Antoni van Leeuwenhoek (1632-­1723), che permetteva di vedere esseri viventi e strutture biologiche invisibili ad occhio nudo, sembrava fatta apposta per accordare le teorie sull’infinitamente piccolo alla realtà. Borrelli non si accontentò di dimostrare come i movimenti degli arti del corpo umano potessero essere simulati e riprodotti da un sistema di carrucole, pulegge, pesi e contrappesi. Lungo tutto il suo per­corso esistenziale, fino a morire povero e quasi dimenticato il 31 dicembre del 1679 nel Collegio dei Padri Scolopi di Roma, dove si era rifugiato e dove si guadagnava da vivere insegnando matematica, Borrelli apparve pervaso dall’idea di dimostrare l’unitarietà dell’ipotesi meccanicistica sul funzionamento del corpo umano.

L’anno dopo la morte dello scienziato uscì il libro cui aveva lavorato per tanti anni, il De motu animalium, in cui erano rac­chiuse tutte le lunghe ricerche di biomeccanica comparata sul­l’uomo e sugli animali. Per Borrelli il movimento costituiva l’origine stessa della vita, un moto organico, come la pulsazione del cuore ed il percorso del sangue nei vasi sanguigni. La malat­tia era causata dall’alterazione di quest’equilibrio mirabile e da una modificazione del movimento derivava l’origine dello stato patologico. Borrelli aveva diffuso per tempo le proprie idee e con esse gli influssi che aveva esercitato Galileo. La sua eredità rimane importante, anche se poco conosciuta.

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